Renzi, una domenica di dolori E prova a sminuire il voto

L'ultimo appello del premier ai candidati dem: «Fatevi valere». Però i primi exit poll non tranquillizzano Palazzo Chigi: ora la fronda Pd è tentata dalla guerra a Matteo

«Mi raccomando, fatevi valere». L'incoraggiamento del premier, nel giorno del voto amministrativo, non è rivolto ai suoi candidati sindaci ma agli azzurri.

La giornata elettorale del premier si apre in quel di Coverciano, dalle parti di casa, con una visita al ritiro della Nazionale, per salutare i giocatori e i dirigenti della squadra alla vigilia dei Campionati europei di calcio. Solo a sera Renzi rientra a Roma, ad aspettare i risultati delle Comunali. I primi exit poll non sono entusiasmanti: a Milano un vantaggio di Sala, a Roma un Roberto Giachetti proiettato verso il ballottaggio ma assai distanziato dalla grillina, a Torino un buon margine per Piero Fassino, a Bologna e Cagliari bene per gli uscenti di centrosinistra. A rischio invece Trieste, e un (non inatteso) tracollo a Napoli dove la candidata Pd sembra fuori dal ballottaggio, surclassata dal candidato di Forza Italia.

Un quadro che, se effettivamente confermato dalle urne, crea una situazione non facile per il Pd e per il premier, che dovrebbe affrontare dei ballottaggi assai difficili e subire una sempre più probabile offensiva della minoranza interna, che punta tutte le sue carte su una batosta elettorale del proprio partito per iniziare la guerriglia finale in vista del referendum costituzionale, quello che Renzi considera «la vera partita». C'è già chi, nelle file bersaniane, spinge per chiedere le dimissioni del segretario Pd, con l'accusa che il doppio incarico tra governo e segreteria contribuisca all'indebolimento elettorale.

Molto però dipende dalla distanza tra i candidati al ballottaggio: nei primi exit poll data molto alta tra Raggi e Giachetti, rischiosamente bassa (dal punto di vista del Pd) tra Sala e Parisi.

Nessuno, neppure gli avvelenati contestatori della minoranza bersaniana, può rimproverare al premier di non aver investito su questa tornata di amministrative: «Come avete visto, la faccia ce la ho messa e fino in fondo, per sostenere i nostri candidati». A Milano con Sala, a Torino con Fassino, ovviamente a Roma, nell'affollatissimo show dell'Auditorium, con Giachetti. E persino a Napoli, città dove il Pd è uscito dilaniato dalle primarie perse da Antonio Bassolino, Renzi non ha esitato a farsi vedere a fianco di una candidata considerata assai debole fin dall'inizio, Valeria Valente. Ma sul bilancio politico complessivo da tirare una volta chiuse le urne, la linea renziana è stata chiara fin dall'inizio e non cambia: «Si vota per scegliere chi deve governare le città: questo non è un test sul governo, né su di me». Difficile però che contestatori interni ed oppositori esterni la lascino passare.

Fin dall'inizio era chiaro a Palazzo Chigi che la partita delle amministrative sarebbe stata tutta in salita per il Pd: su 25 comuni capoluogo che sono andati al voto, ben 19 erano in mano al centrosinistra. Posto che riuscire a confermarle tutte era un'utopia, era facile previsione che il Pd avrebbe incassato qualche sconfitta, e che ogni avversario - esterno ed interno - sarebbe stato pronto a metterle in conto al premier. Ora occorre vincere più ballottaggi possibile: a Milano, il Pd punta sullo scontro interno al centrodestra tra Lega e Forza Italia che può penalizzare Stefano Parisi. A Torino le possibilità sono buone. A Roma molto dipende dal margine di differenza in voti reali tra la grillina Raggi e Giachetti. Ma la partita è tutta in salita, e assai faticosa.