Reparti chiusi per ferie E i malati si accampano in corridoio sulle barelle

Emergenza sanità. Sembra quasi un mantra da quante volte lo si sente ripetere - talmente tante che oramai ha perso significato anche la parola stessa «emergenza», divenuta sempre più «normalità» - eppure ogni volta si manifesta in forme diverse: tasse, tagli al personale, chiusura di ospedali, episodi di malasanità, disservizi e chi più ne ha più ne metta. L'ultimo episodio sgradevole riguarda il Pronto Soccorso del San Martino, oramai sempre più simile ad un ospedale da campo. Se al piano terra dell'edificio di via Mosso la situazione sembra perfettamente nella norma (ma basta entrare nei servizi igienici per cambiare subito opinione, ndr), è salendo al primo piano che si vede il meglio, anzi, il peggio. Il primo piano del Pronto Soccorso è interamente dedicato alla degenza, con ricoveri di ogni tipo, dai più leggeri che necessitano di una sola notte ai casi più critici di persone che lottano tra la vita e la morte.
La planimetria dell'edificio è molto semplice: un lungo corridoio con le stanzette e gli studi medici ai lati e alcuni atrii più o meno grandi. Fatte queste piccole ma doverose premesse, si può passare alla vera assurdità di questo piano del Pronto Soccorso, ovvero la disposizione dei malati. Le stanzette adibite per due persone vengono occupate da tre letti (con i conseguenti problemi di spazi e di areazione dei locali), barelle e lettini (più di cinquanta, ndr) la fanno da padroni lungo i corridoi e negli atrii, emulando degli scenari da lazzaretto (prima di fraintendere l'etimologia del termine urge precisare che ovviamente non vi sono malati contagiosi, ndr) o da ospedali da campo adibiti in un luogo colpito da una guerra o da un terremoto.
Per avere un quadro ancora più chiaro della situazione basta passare per questo famigerato primo piano nell'orario di visita dei parenti. Scenari da terzo mondo con un viavai di barelle che cercano di passare in mezzo a quelle ai bordi dei corridoi, medici, infermieri, operatori sanitari, parenti dei ricoverati e i malati stessi che cercano di muoversi in questi spazi angusti trovando più di una difficoltà. Per non parlare delle condizione umane che si creano ammassando tutte queste persone (senza la minima distinzione di sesso ed età) alla bene e meglio: dalla difficoltà a raggiungere i servizi passando per l'assoluta mancanza di riservatezza (basti pensare ad un semplice cambio degli indumenti) fino ad arrivare ad episodi spiacevoli che si possono creare come il dover pranzare mentre magari ai vicini di corridoio stanno cambiando le sacche per l'urina. Una situazione così inumana, si potrebbe quasi capire in circostanze di forte emergenza quali pandemie e terremoti oppure se l'ospedale fosse un tendone issato in un villaggio del Centrafrica, ma nel 2011 a Genova, e per di più in un centro di eccellenza come il San Martino, diventa inammissibile.
«La situazione è ingestibile per i malati così come il personale dell'ospedale che si ritrova a lavorare in condizioni pessime - ha raccontato Giorgio Barattini, marito di una signora ricoverata da una settimana al primo piano del Pronto Soccorso - Tutti si lamentano e quando qualcuno manifesta l'intenzione di fare delle segnalazioni ci viene detto: è inutile tanto non vi ascolta nessuno». La difficoltà, però, resta capire i motivi che hanno portato a questa situazione. Già altre volte in passato (purtroppo con una certa regolarità) si era arrivati a situazioni analoghe ma perlomeno si è sempre trattato di disagi per uno, due giorni al massimo e soprattutto con un causa di fondo come può esser stato lo scorso inverno il picco di influenza australiana. Questa volta, invece, la situazione si prolunga da settimane senza alcun accenno di miglioramento, ma soprattutto senza un casus belli di fondo (la tipica «emergenza caldo per gli anziani» non è infatti ancora rilevante ad oggi).
«Quando chiediamo spiegazioni al personale dell'ospedale ci rispondono tutti con lo stesso ritornello - ha spiegato il signor Barattini - Ovvero che ci sono dei reparti chiusi per mancanza del personale in ferie». La scusa ovviamente non regge, ma al momento è l'unica versione fuoriuscita da i corridoi del primo piano del Pronto Soccorso di via Mosso. In un contesto del genere, però, le parole stanno a zero e l'unica priorità dev'essere quella di ripristinare al più presto possibile una situazione a dir poco vergognosa.