Replica a Brunetta, dalla bidella all’impiegata: "Siamo fieri del nostro lavoro..."

«I dipendenti del catasto si vergognano» sostiene Brunetta. Ma gli statali milanesi rivendicano l’orgoglio del loro mestiere

di Giulia Guerri

Ma quale vergogna e vergogna. I dipendenti del pubblico impiego sono orgogliosi del loro mestiere, di più, ne vanno proprio fieri. E invitano Brunetta ad andare personalmente a vedere quello che fanno ogni giorno, con dignità. «Mi piacerebbe parlare con lui e chiedergli se siamo utili o no - dice Giancarlo Tarenghi, manutentore all’ospedale Policlinico -. Sono 29 anni che lavoro qui, mia moglie fa la logopedista e io il falegname. Abbiamo tirato su due figlie e sono ben contento di quello che racconto in famiglia del mio mestiere». Mica come aveva dichiarato l’altro giorno il ministro della Pubblica amministrazione sostenendo che «oggi se uno fa il professore, l’impiegato al catasto, il burocrate si vergogna. Se invece dice al figlio "faccio il tornitore alla Ferrari", lo dice con il sorriso, con orgoglio e dignità». Uno stipendio di 1.500 euro al mese e i segni del mestiere nelle mani, Giancarlo è l’unico dipendente pubblico addetto alla manutenzione rimasto al Policlinico. «Prima eravamo in tredici - dice mentre indica la foto degli altri colleghi appesa alla parete dell’officina -. Ora hanno privatizzato tutto». Proprio così, quello che si dice del pubblico impiego serve solo a incrementare l’esternalizzazione, racconta un’impiegata agli uffici comunali dell’assessorato alla Famiglia e Politiche sociali di via Statuto. «Ti trattano come un cialtrone - continua la dipendente -. Vengono qui e in automatico ti dicono che non fai niente. Noi siamo il nemico della cittadinanza». Maria Elvira è un’altra collega, anche lei lavora all’ufficio del personale dell’assessorato e all’ultima manifestazione aveva indossato una maglietta con la scritta «Sono una fannullona nonostante uno stipendio di 1.100. Abbi il coraggio di dirlo anche tu. Basta con i soprusi, riprendiamoci la nostra dignità». La vergogna per il suo mestiere non la sente nemmeno un po’. «Mi reputo fortunata ad avere un lavoro - racconta -. Ne vado orgogliosa anche se ci mettono nella condizione di odiarlo. Semmai mi vergogno della situazione in cui dobbiamo lavorare. Se non fosse per noi, qui i servizi andrebbero a scatafascio». Giusy ha 31 anni, siciliana e da un anno fa la «collaboratrice scolastica» al Liceo classico Parini. Sta in portineria, risponde al telefono, deve sorvegliare chi entra e chi esce e fare le pulizie per il piano che le compete. «Magari ci dovessimo occupare solo di un’aula a testa come dicono i politici - spiega -. Loro non sanno quello che facciamo veramente e pensano che siamo tutti fannulloni». Non ha ancora figli, ma quando ci saranno di certo non si vergognerà di parlare del suo mestiere. «Sono contenta - continua Giusy -. L’unica preoccupazione è la precarietà. Se nessuno li facesse, non ci sarebbero più impiegati o operai. Siamo tutti uguali, l’importante è lavorare e farlo bene». Come le signore Vita e Annamaria, bibliotecarie alla Braidense. Non passa minuto senza che una delle due si prodighi ad accogliere chiunque entri dando tutte le informazioni necessarie. «Farei anche lo spazzino - dice Annamaria - e sarei fiera di dirlo a mio figlio. Io faccio il mio dovere». Ora poi che hanno informatizzato anche il sistema, c’è l’opportunità di tenersi aggiornati e di crescere professionalmente, aggiunge la signora Vita mentre racconta i suoi 22 anni tra le pareti di volumi antichi. «L’unico inconveniente del mio lavoro è che sono allergica alla polvere», dice sorridendo.