Report, ecco i maestri dei servizi a senso unico

Agli inizi il programma s’occupava di racket e privilegi. Ma ora le idee scarseggiano e alla Gabanelli non resta che attaccare il governo L’ultima puntata su Tremonti? Noiosa, confusa e con gli ospiti in rivolta: &quot;Interviste tagliate ad arte, come nelle intercettazioni&quot; <br />

Report nasce nel 1997, terza serata Rai, budget di 10 milioni di lire a puntata: allora bastavano, Milena Gabanelli non veniva ancora venerata come Nostra Signora delle Inchieste ed erano lontani i tempi attuali dei litigi con la direzione generale per la copertura assicurativa anti-querele. Negli anni il programma di Raitre è uscito dall’anonimato, è cresciuto impetuosamente, ha conquistato la prima serata, fatto incetta di premi e contribuito ad alimentare il mito del reportage investigativo più serioso delle Iene, più rigoroso del Santoro-style, più vivace del soporifero Speciale Tv7.

La formula è originale. Poche spese, tante immagini, montaggio veloce e nessun dibattito con ospiti perché nello studio buio, eredità dei programmi di Giovanni Minoli dove mosse i primi passi professionali, i riflettori sono tutti per lei, la «freelance» pioniera italiana del videogiornalismo. La Gabanelli giganteggia sotto l’apparenza minimalista, il sorriso misurato, la pettinatura sobria, l’abbigliamento poco appariscente, il trucco invisibile. Caro telespettatore - è il suo messaggio - io non sono né la Gruber né la D’Amico, qui l’importante non sono lo stacco di coscia o il decollété ma il contenuto della trasmissione.

Sono passati 13 anni dagli esordi di Report. E si vedono tutti. Le idee scarseggiano. Agli inizi il programma si occupava di temi trascurati dal resto della tv: l’elettrosmog, il business della beneficenza e del caro estinto, gli ogm, i rifiuti, i privilegi della politica. Oggi il bersaglio è fin troppo scontato, prima Berlusconi e poi Tremonti. Non c’è neppure bisogno di sfogliare gli archivi del programma per sapere che, negli anni in cui era al potere il centrosinistra, Report non ha dedicato inchieste alle varie leggi finanziarie. E se nel 1999 una puntata scandagliò «la sanità del libero mercato», nel 2009 l’attenzione si restringe al «modello sanitario lombardo», quello di Formigoni.

Con la fantasia sono venute meno anche la verve, la curiosità, la completezza dell’informazione. Prendiamo l’ultima puntata, quella che doveva demolire Tremonti come ministro e come professionista, lasciando intendere che egli con una mano scrive leggi, scudi fiscali e condoni, mentre con l’altra ramazza denaro facile perché sa bene dove andarlo a raccogliere, magari eludendo le normative da lui stesso volute. Ebbene, domenica Report non ha sprecato una parola per dire che Tremonti ha lasciato da anni il lavoro di tributarista. La Gabanelli ha riferito il rifiuto del ministro a essere intervistato, senza dare conto delle smentite e delle diffide del suo vecchio studio.

La manovra finanziaria che tutta Europa ha apprezzato è stata triturata per aver distribuito contributi a chiese cadenti, tagliato i fondi alla Forestale e ai siti archeologici, tentato di chiudere l’Istituto del commercio estero. Professori e blogger poco conosciuti sono stati eletti al rango di guru da Nobel. Ecco un estratto dell’autorevole parere di Paolo Manasse, presentato come «economista dell’Università di Bologna» (da internet si apprende che scrive sul giornale gratuito Metro e sul sito Lavoce.info), cui era stato chiesto se «adesso non rischiamo più di fallire»: «Cioè, il rischio c’è sempre, però nello scenario ottimistico non rischiamo di fallire. Nello scenario pessimistico rischiamo di fallire». Monsieur de La Palisse non si sarebbe espresso meglio. E alla domanda successiva («altri tagli saranno necessari?»), il contributo di Manasse è illuminante: «Allora, questo è, in realtà, come dire, territorio sconosciuto».
Ormai anche Report è diventato un sultanato Rai, una regione autonoma che non risponde più a nessuno. Immagini noiose, interviste deboli, un pentolone dove finiscono le dogane e le spiagge, gli ospedali e Cotonella. In nome delle regioni è stato sentito soltanto Vasco Errani, governatore Pd dell’Emilia Romagna; della Commissione parlamentare sulla pirateria commerciale soltanto Ludovico Vico, deputato Pd. Dagli operatori sociali agli imprenditori, tutti gli intervistati si sono espressi a senso unico. Ma le loro opinioni sono state riportate per intero? Serena Sileoni, ricercatrice dell’Istituto Bruno Leoni, e Mario Seminerio, «economista e blogger», ieri mattina si lamentavano sulla bacheca virtuale di Facebook. Lei: «Mi hanno tagliato ad arte, come per le intercettazioni...». Lui: «Vero, hanno tagliato in modo brutale, anche per quanto mi riguarda. C’era oltre un’ora di girato». Lei: «Caro Mario, anche io avevo fatto almeno un’ora. Ma il punto non è la quantità: hanno omesso un passaggio essenziale su una parziale retromarcia del governo». Lui: «Beh, di mio hanno utilizzato soprattutto le battute sarcastiche e (sospetto) i passaggi con la mimica facciale più stralunata». E la completezza informativa del servizio pubblico? Magari sarà oggetto di una futura puntata di Report.