Reportage / Afghanistan, Ferragosto all'inferno

Viaggio nella base dove sono morti tre soldati italiani. Nella frontiera estrema di Bakwa, i militari italiani sono l’unico argine contro trafficanti e terroristi. Ma la vera minaccia sono le mine nascoste. Il comandante: "Non ci sono né scuole né un bazar: passare di qui è troppo rischioso"

I rotori dei Black Hawk sgusciano radenti, s’avvitano tra le increspature di questa distesa ocra e grigia sopravvissuta alla preistoria. Un catino di crateri, dune, artigli di roccia, tratturi graffiati nella polvere. Un deserto dove il verde è uno sgorbio prezioso. Quasi invisibile. La 515 per Farah, la strada della morte è una retta nell’assurdo. Un’abbandonata, insalubre pista di guerra su cui pascolano un uomo ed un gregge. Dal cielo tre occhi li studiano. Prima quello del dirigibile sospeso sui sacchetti di sabbia e sulle tende della base Lavaredo. Un occhio elettronico, ma capace di sbirciare fino a 16 chilometri di distanza. Poi quelli umani e vigili del colonnello Lorenzo D’Addario, comandante del 186mo reggimento paracadutisti e di questa fortezza Bastiani. Ma D’Addario non è Drogo. E questo non è il «Deserto dei Tartari». Qui il nemico non è né illusione, né vana attesa. Non si vede, ma c’è. E sa far male.

«Quel gregge è sceso da nord, ha attraversato la strada e ora – avvisa il colonnello fissando il plasma - torna a nord, controllate non voglio sorprese». Sorpresa è un eufemismo. A maggio, terminata la raccolta dell’oppio, la zona della Lavaredo è diventata l’inferno delle trappole esplosive. «Bakwa confina con la provincia meridionale dell’Helmand, il vero nido dei talebani, ma qui il pericolo sono i trafficanti e i taglieggiatori. Prima di noi – spiega D’Addario - Bakwa era il loro regno. La presenza di polizia ed esercito erano approssimative. Qui non ci sono scuole, il primo ambulatorio medico è stato aperto mesi fa e il nuovo governatore è arrivato ieri. Non c’è neppure un bazar perché a trasportare beni preziosi si rischia la vita. Questo insomma era l’humus ideale non solo per i talebani, ma anche per i criminali. La nostra missione è garantire comunicazione, commerci e presenza governativa. Quella del nemico è cercare d’impedircelo. Ma non riesce ad attaccarci in terreno aperto. Per questo usa gli ordigni nascosti». Non è una minaccia da poco. Nel settembre 2010 qui è caduto il tenente degli incursori Alessandro Romani, ucciso durante l’assalto ad un covo di fabbricanti di trappole esplosive. E da maggio a oggi decine d’ordigni sono stati trovati o evitati per un pelo. Due hanno colpito e ucciso. Il 2 luglio, a Si Av, 20 chilometri a ovest dalla base, una mina ha sventrato il camion del caporal maggiore scelto Gaetano Tuccillo. Dieci giorni dopo è toccata al caporal maggiore scelto Roberto Marchini dell’8° reggimento genio guastatori Folgore. A Shurak, 3 chilometri a ovest da qui, il «gigante buono» della 21ma compagnia «Giaguari», un ragazzone di 27 anni con la barba da vichingo e il sorriso da Terence Hill, ha commesso l’unico errore della sua carriera. Ed è volato in cielo.

Oggi all’alba del 14 agosto il branco dei «Giaguari» è ancora in pista. Una pista quella nord, dove il bollino nero della viabilità di Ferragosto si misura a suon di ordigni nascosti. «Dobbiamo scortare un convoglio di soldati americani e afghani oltre la zona critica e indirizzarli sulla strada asfaltata per Farah». Il capitano Emanuele Malberti, il 21enne brianziolo comandante dei «Giaguari» se la ride: «Sai gli americani sulle strade principali vanno via lisci, ma qui è un’altra roba». L’altra roba è uno scintillante, sconfinato piatto di sabbia. Screziato dalle pennellate vermiglie dell’alba. Illuminato dall’argento d’una luna piena sospesa tra le torrette dei blindati. Qui ogni passo dei «Giaguari» è lento guardingo sospettoso. «La morte di Roberto ce l’ha confermato. Qui non ti puoi distrarre. Ormai le trappole esplosive sono sempre più sofisticate e ti colpiscono sia sul blindato che a piedi. Quel giorno Roberto ne aveva trovate tre. Aveva scovato le due capaci di far saltare il Lince, ma non s’è accorto di quella innescata dal suo peso. Da quei villaggi ci guardano, ci studiano. Fanno segnali di fumo, mandano staffette in moto, seguono i nostri movimenti. È una partita a scacchi, puoi evitare le piste principali, attraversare i campi, ma devi sempre pensare alle loro due mosse successive. Sono quelle che ti fregano».

Da dietro i finestrini blindati del Lince tutto sembra uguale. Ma per il caporal maggiore Carlo de Paoli sospeso in ralla ogni zolla, ogni sassolino, ha un significato. «Attenti passaggio obbligato», la voce di Carlo segnala un kharez, un canale rinsecchito attraversato da un ponticello. A far da apripista ci pensa un Max Pro, un bestione americano da 20 tonnellate d’acciaio. Costa più di mezzo milione di euro, ma sopporta esplosioni in grado di sventrare un Lince. Tra le onde radio, distorte dai generatori d’interferenze anti mina, si accavallano le richieste dei Pollicino americani intenti a segnar la rotta disegnata dai «Giaguari». I soldati afghani sono invece alle prese con una staffetta in moto. Attende immobile il passaggio del convoglio, ma sostiene di passar lì per caso. In tasca ha un brandello di carta con lo scarabocchio di un cellulare iraniano. Troppo poco per arrestarlo. Abbastanza per non crederlo un semplice meccanico analfabeta. Per superare i cinque chilometri più infestati ci vogliono quasi tre ore. «Ma da queste parti - ricorda uno della 21ma - solo se vai piano arrivi lontano». Lo sanno bene gli americani. In testa al convoglio hanno il nuovissimo Huskie, un tecno-formicone blindato con una benna radar capace di perlustrare le profondità del terreno. Ma da queste parti, a conti fatti, si fidano più dell’occhio e del naso dei nostri «Giaguari».

Se a Bakwa sapersi muovere è essenziale, più difficile è immaginare i tempi e gli obbiettivi della missione. Dietro il quadrilatero di 300 per 400 metri della Lavaredo i pochi «Giaguari» e parà della Folgore non in missione trascorrono Ferragosto chiamando le fidanzate via Skype, rassicurando i genitori al telefono, scacciando i cattivi pensieri nella torrida palestrina cucinata dal sole. Ma quanto sia distante la fine di un’operazione iniziata nel settembre 2010 dagli alpini del 7° reggimento nessuno lo può prevedere. Una parte di quell’arcano è nascosta nei tachigrafi dei blindati e nelle mappe della missione. I tachigrafi raccontano che 5 chilometri del deserto di Bakwa possono richiedere anche tre ore. Le mappe mostrano che Farah, la più vicina delle aree stabilizzate, dista almeno cento chilometri. Non sarà una missione impossibile, ma neppure facile. Di certo non veloce, né indolore.