Reportage: sul Mar Giallo il pallone sbarca tra le vetrine di "Armany"

"Eccomi nell'insopportabile calura e nella densa foschia di Qinhuangdao, oltre cinquecentomila abitanti affacciati sul Mar Giallo, grigio e brumoso come il Canale della Manica a Gennaio"

Due ore di treno. Come da Milano a Bologna. Tra le differenze, si segnalano queste: che alle 7.10 del mattino, quando il «D1», missile delle locali Ferrovie dello Stato molla la banchina, alla stazione centrale di Pechino si è già riversata una moltitudine umana pari almeno a quella che calca normalmente le zolle dell'Umbria. La seconda riguarda la velocità del treno. Una specie di bomba. Sto ancora compulsando le previsioni del tempo stampate sul China Daily, sperando in una rinfrescata che non ci sarà, ed eccomi già al mare, 280 chilometri a est.

Via dal manicomiale formicaio, dallo smog e dal grigiore della capitale. Eccomi nella insopportabile calura e nella densa foschia di Qinhuangdao, oltre cinquecentomila abitanti affacciati sul Mar Giallo, grigio e brumoso come il Canale della Manica a gennaio. Con la seguente differenza. Che oggi ci sono 32 gradi, e un ventarello come un fiato sul collo che pare arrivare dritto dalla rorida giungla della Malesia. È qui, in questa Rimini dei poveri, eppure così vicina alla Yalta della nomenklatura comunista al tempo di Mao, come si dirà, che oggi scende in campo l'Italia del football contro l'Honduras. «Gioca anche Baggio?» domanda la deliziosa Liu Juaan, 21 anni, studentessa di economia. Lo stadio, grigio con vele bianche, quasi di fronte all'Università, ha trentamila posti a sedere. Nel 2002 non c'era. Due anni dopo era finito.

Via da Pechino, dunque. Si parte per la provincia dell'Hebei, pezzo di Cina gemellato con la Padania. Campi di granoturco a perdita d'occhio. Frutteti, pioppeti. Qualche ciminiera. E poi però grandi, improvvisi, perfino inconsulti lampi di povertà. La città cosmopolita che abbiamo alle spalle diventa presto un ricordo. Le strade dei villaggi che il treno lambisce a razzo, come se di proposito non volesse indugiare su queste miserie raccontano l'altra Cina, quella povera e sgarrupata di cui il Partito non parla mai. Villaggi affollati di casupole coi tetti in lamiera, botteghe e officinette che stringono il cuore, come a Jenin e a Ramallah, nei Territori Occupati; e ancora fogne a cielo aperto, strade sterrate e carretti colmi di angurie tirati da somari. Un contrasto con il lusso sfacciato della capitale avvilente, insultante. Roba da mettere in piedi una rivoluzione, se qui non l'avessero già fatta e non gliene fosse passata la voglia.

Se gli azzurri avranno tempo di venire a fare una passeggiata tra lo Jindu shopping center e la Construction bank, sulla Minzu Nanlu, non sappiamo. Non perderanno un granché, comunque. La città è scialba, incolore, se non fosse per i colori accesi dei grandi tatzebao che inneggiano a certe mitiche griffe internazionali di cui sono affollati i mall del centro, specializzati nella Grande Truffa Cinese: scarpe e abbigliamento sportivo «Abidas», e poi marchi insuperati come «Diamend», «Armany», «Saint Angelo», «L'Alpina».

Filo lungo la Binhai road verso sud, tra il verde dei pini che si spingono fino alla spiaggia. Barconi di pescatori. Un sentore di pesce marcio, a un tratto, che prende alla gola. Punto su Beidaihe, propaggine meridionale di Qinhuangdao. Già alla fine del XIX secolo, racconta una guida locale, qui venivano diplomatici, grandi commercianti, uomini d'affari. «Poi, dopo la Liberazione - aggiunge Shao, la guida, spingendo la sua vecchia bicicletta - Beidaihe diventò una località esclusiva, riservata all'élite del partito».

Capelli raccolti a codino, un pizzetto che lo fanno somigliare al vecchio Ho Chi Minh, Shao punta il dito verso il tetto di una vecchia villa, nascosta da un folto di pinastri, in fondo a una strada sorvegliata da agenti della polizia. Lì, dice Shao, venivano Jian Qing, moglie di Mao Zedong e anima nera della «Banda dei Quattro» e Lin Piao, il numero due del partito e successore designato di Mao. «Ma questo accadeva fino al 1970, prima che Lin Piao attentasse alla vita di Mao e dovesse scappare. La storia ufficiale racconta che Lin Piao, che era stato comandante dell'Esercito popolare, pianificò di assassinare Mao tra l'8 e il 10 settembre 1971. Scoperto, cercò di fuggire a Mosca; ma l'aereo sul quale si era imbarcato con la famiglia si schiantò in Mongolia il 13 settembre 1971. Ma qui a Beidaihe tutti sappiamo che non è vero». Avanti Shao, lo incalzo. Qual è la verità?

L'uomo mi viene vicino, si guarda a destra e a sinistra, si stira il magro pizzetto, e con l'aria del congiurato dice: «La verità è che Lin Piao venne strangolato dentro quella villa da Zhou Enlai. Ma per sapere il seguito, caro signore, ci vogliono altri duecento yuan...».