La reporter anti Putin freddata da un sicario

Con le sue inchieste si era fatta molti nemici. Gorbaciov: «Un crimine contro il nostro Paese»

Marcello Foa

Le sue inchieste davano fastidio a molti, soprattutto al Cremlino. Anna Politkovskaya era considerata la giornalista più libera e coraggiosa di Russia. Un sicario l’ha uccisa ieri pomeriggio: quattro colpi sparati nell’ascensore del condominio dove abitava nel centro di Mosca. Fuggendo il killer ha gettato per terra la pistola ed è stato visto da diversi testimoni, che lo descrivono come un giovane vestito di nero; ma il Paese sa già che non verrà mai catturato e che comunque questo omicidio rimarrà senza un perché. Come sempre in questi casi.
L’elenco dei cronisti uccisi è lungo; l’ultimo è stato lo scorso febbraio Ilia Zimin, noto commentore televisivo. Ma la Politkovskaya non era una giornalista qualunque: lavorava per il quotidiano Novaia Gazeta ed era la paladina della libertà dell’informazione in Russia. Divenne famosa nel 2000 grazie a un libro di forte impatto emotivo «Viaggio all’inferno - diario ceceno» in cui aveva ricostruito con precisione gli abusi commessi dalle truppe dell’ex Armata Rossa e dai loro alleati locali contro la popolazione civile della piccola repubblica caucasica durante le guerre degli anni Novanta.
Tra i più criticati, l’attuale premier ceceno Ramzan Kadyrov, alleato di Mosca. Ma, anche con grande oggettività, i guerriglieri, i terroristi, i fondamentalisti islamici, non meno spietati dei miliziani pro russi. Nei suoi reportage spesso li accomunava. «Gli uni e gli altri sono vigliacchi, violenti e spietati. Gli uomini di Kadyrov picchiano arbitrariamente uomini e donne, come facevano tra il 1996 e il 1999 i wahabiti (membri della corrente più oscurantista dell’Islam, ndr) - scriveva -. E come loro tagliano le teste».
Aveva molti nemici, Anna. Ad esempio nel ministero della Difesa, per aver denunciato la corruzione di molti dei suoi più alti dirigenti, o nei servizi segreti per aver svelato imbarazzanti retroscena del disastroso blitz condotto dalle teste di cuoio nel teatro Dubrovka a Mosca nell’ottobre 2002, che costò la vita a 129 persone, soffocate dal gas, e menomazioni permanenti alla maggior parte degli ottocento ostaggi.
La Politkovskaya era stata inviata dal suo giornale anche a Beslan, ma mentre era in volo bevve una bibita che era stata avvelenata e fu ricoverata in ospedale per diversi giorni. Alla scuola numero uno, dove erano state sequestrate 1.200 tra donne e bambini, non arrivò mai. Qualcuno non voleva che fosse testimone di quella tragedia.
In un Paese dove, in coincidenza con l’avvento di Putin, la libertà di stampa è stata via via notevolmente ridotta, lei era diventata il simbolo del giornalismo libero, che non cede alle intimidazioni.
Nel 2000 i suoi colleghi le avevano attributo il Premio Penna D’oro, una sorta di Pulitzer russo. Poi nel 2002 a New York quello del giornalismo coraggioso per le sue inchieste in Cecenia, che erano state proposte dal settimanale Internazionale in Italia, dove peraltro sono stati tradotti i suoi due saggi più celebri: «Cecenia. Il disonore russo» (2003 Fandango) e «La Russia di Putin» (2005 Adelphi).
Nata nel 1958 a New York da una coppia di diplomatici ucraini accreditati all’Onu, era entrata nel giornalismo nel 1980, subito dopo la laurea in scienze delle comunicazioni conseguita a Mosca. Con la perestroika, era diventata una delle prime firme della stampa indipendente.
Aveva 48 anni, lascia due bambini e un grande smarrimento. «Il suo assassisnio - ha commentato Mikhail Gorbaciov - è un crimine grave contro il Paese, un crimine contro tutti noi»:
marcello.foa@ilgiornale.it