«La repressione ha provocato la rivolta»

Haleh Esfandiari è stata interrogata ogni giorno per otto mesi, quattro dei quali passati nella temibile prigione di Evin, a Nord di Teheran. Era il 2007 e la signora, raffinata figlia di uno studioso di botanica iraniano e di un’austriaca, direttore del programma sul Medio Oriente del Woodrow Wilson Center, aveva 67 anni. Era in Iran per una visita alla madre 93enne, scrive in un libro dove racconta la sua esperienza (La mia casa, la mia prigione, la mia patria - Garzanti). Per intere giornate, accusata di spionaggio e propaganda contro il sistema, ha dovuto spiegare a chi la interrogava le attività del suo istituto.
Che cosa prova in queste ore a guardare da Washington quello che succede in Iran?
«Non mi sarei mai aspettata tutto questo. Stando qui seduta a guardare penso al coraggio di quei ragazzi in strada e all’incapacità del regime di gestire la situazione e prevedere i fatti attraverso l’enorme frustrazione giovanile».
Come mai non se lo aspettava?
«Non avrei mai pensato che truccassero le elezioni».
Quando ha capito che qualcosa di nuovo stava prendendo forma?
«Quando ho visto un milione di persone in piazza e quando hanno iniziato a picchiare i manifestanti e a metterli in prigione. Non so cosa sia esattamente questo “qualcosa”, ma so per certo che d’ora in poi non sarà più business as usual».
Com’è cambiata la protesta da giugno a oggi?
«In giugno, dopo i risultati delle elezioni, milioni di persone sono scese in piazza a chiedere in maniera pacifica: “Dov’è il mio voto”. Poi, hanno chiesto nuove elezioni. Ma quando il governo ha iniziato ad attaccare i manifestanti, a metterli in prigione, a usare la violenza pensando di spaventarli e rimandarli a casa ha irritato la popolazione e ha perso sostegno».
Cosa è successo a quel punto?
«Un semplice e pacifico movimento di protesta si è trasformato in rabbia. All’inizio i manifestanti chiedevano riforme, oggi le richieste sono più grandi. Le persone vogliono un cambiamento reale, come le dimissioni del governo».
Si può parlare di rivoluzione come qualcuno ha già fatto?
«È difficile dirlo. A giugno non si sarebbe potuto prevedere quello che accade oggi. E il movimento non ha un unico leader; ci sono manifestazioni anche fuori da Teheran e non dipendono da quello che succede nella capitale».
Dove sono i leader della protesta? Hosein Mousavi e Mehdi Karroubi sembrano essere meno presenti oggi.
«Non direi. Non si nascondono. Erano al funerale dell’ayatollah Hosein Ali Montazeri; si incontrano; rilasciano dichiarazioni. Non vogliono però partecipare alle proteste per non dare pretesti per nuove violenze».
A giugno i manifestanti gridavano slogan contro i brogli elettorali; oggi contro i leader della Repubblica islamica. Che cosa succede? È messa in discussione la Rivoluzione del 1979?
«Si tratta di espressioni di rabbia e scontento contro la leadership della Repubblica, ma non penso che abbiamo raggiunto il punto in cui mettere in discussione i principi della Rivoluzione. Inoltre, persone come Mousavi e Karroubi hanno tutte le credenziali dei leader rivoluzionari. Se andassero al potere, non farebbero cadere il regime».
Cosa pensa della posizione della comunità internazionale rispetto ai recenti fatti iraniani?
«L’amministrazione Obama ha fatto un eccellente lavoro di pressione: ha condannato apertamente le violenze. L’Unione europea invece potrebbe e dovrebbe essere più esplicita e fare di più, soprattutto visto che a differenza degli Stati Uniti ha relazioni con l’Iran».