La repressione di piazza Tienanmen I carri armati contro gli studenti

A 19 anni di distanza il mondo non conosce ancora il bilancio ufficiale delle vittime nella notte fra il 3 e il 4 giugno 1989, a Pechino. <strong><a href="/video.pic1?ID=Tienanmen_19_anni_dopo">Guarda il video</a></strong>. L'ex presidente cinese Yang Shangkun parlò di 600. Alcune organizzazioni internazionali fecero una stima molto più alta. <strong><a href="/a.pic1?ID=266528">Ah già, Tienanmen</a> </strong><em>di Filippo Facci</em>

Pechino - L’ex presidente cinese Yang Shangkun, in carica nel 1989 e morto nel 1998, disse una volta a una persona in visita a casa sua che più di 600 persone erano morte in piazza Tienanmen fra il 3 e il 4 giugno del 1989, quando l’esercito represse le proteste degli studenti. Lo ha riferito oggi l’organizzazione umanitaria di Hong Kong "Centro informazioni per i diritti umani e la democrazia".

Il Partito comunista cinese da 19 anni tiene top secret il numero delle vittime. Varie fonti hanno fornito i dati più disparati, da alcune centinaia ad alcune migliaia. Yang nell’89 era presidente della Cina e vicepresidente della Commissione militare centrale, l’organismo che controlla le forze armate, e fu tra coloro che sostennero lo sgombero della piazza con la forza. Secondo l’ong di Hong Kong, che cita una fonte anonima vicina al defunto presidente, Yang avrebbe detto ad un ospite a casa sua che i morti a Tienanmen erano oltre 600. La stessa fonte secondo l’organizzazione afferma che dopo le proteste furono arrestate 20.000 persone. Circa 15.000 furono accusate di attività controrivoluzionarie e altri crimini. Settanta furono condannate a morte e immediatamente giustiziate. Secondo vari gruppi per i diritti umani, decine di condannati per le proteste sono ancora in carcere.