Repubblica, lo 007 in silenzio stampa: D'Avanzo è in rotta col suo giornale

Giuseppe D’Avanzo ha scritto l’ultimo articolo anti-Cav il 26 febbraio
Dietro il disagio dell’editorialista dissapori con colleghi e azienda

26 febbraio: sant’Alessandro, il patriarca che scalzò l’eretico Ario. Nel 1815 Napoleone fuggì dall’Elba, nel 1993 fu compiuto il primo attentato al World Trade Center di New York, nel 1802 nacque lo scrittore Victor Hugo, nel 1966 morì il pittore Gino Severini. E il 26 febbraio 2010 è stato consegnato alla storia l’ultimo scritto di Giuseppe D'Avanzo, vicedirettore di Repubblica che da tre mesi non dà segni di vitalità cronistica. Quel venerdì vergò l’ennesima articolessa contro Berlusconi: scelse il processo Mills. «Corruttore, bugiardo, spergiuro anche quando fa voto della “testa dei suoi figli”», sono state le ultime parole famose. Nei giorni precedenti si era occupato della procura di Roma «porto delle nebbie», del caso Fastweb, della cricca Anemone-Balducci accusando in due interminabili paginate la «triarchia dell’emergenza» (ovvero Berlusconi, Bertolaso e Gianni Letta). Da allora il sipario è calato sulla prestigiosa firma del commissario Davanzoni (copyright Dagospia).
Tre mesi senza D’Avanzo sono come una settimana senza Porta a porta, un mese senza superenalotto, un anno senza ferie: insostenibili. Un silenzio stampa più assordante di quello di Mourinho. Mancano forse gli argomenti per il D’Artagnan della cronaca giudiziaria? Macché. Nessuno meglio di lui inzupperebbe il mustacchione nelle liste di Anemone, nelle case dei ministri, nelle nuove intercettazioni di Moggi. Intrecci e intrighi, cricche e caste, appalti e affitti. Il segugio di Repubblica seguirebbe come nessun altro l’odore dei soldi lasciato da queste indagini che hanno già fatto dimettere un ministro.

Egli invece se ne resta in disparte col suo sigaro. Nemmeno una domandina a Scajola, le dieci di Noemi e Patrizia sono storia passata. Niente «scoop» investigativi. Niente lenzuolate come quelle dedicate ad Abu Omar, Telekom-Serbia, Mitrokhin, Riina, la D’Addario. Nessuna apparizione da Santoro, Floris, Annunziata, Gruber. Che gli è successo? Tanto per restare in tema, il mutismo regna anche a Largo Fochetti, dove ha sede la redazione di Repubblica e dove pare che il vicedirettore “ad personam” (dopo essere stato anche un numero 2 operativo) non metta piede da un pezzo. Viene? Non viene? Scrive? Resta, va in pensione anticipata? O diventa direttore dell’Espresso? Domande senza risposta.

Da tempo Davanzoni respirava un’aria diversa. Uno della vecchia guardia come lui soffriva l’avanzata delle nuove leve del quotidiano. La coppia con Carlo Bonini, il “pistarolo” che co-firmava le maggiori inchieste, si è infranta nel gennaio 2007 con l'ultimo articolo a doppia firma dedicato al caso Mitrokhin. La spaccatura si sarebbe acuita due mesi dopo, quando fu rapito in Afghanistan il collega Daniele Mastrogiacomo e un drammatico dibattito sull’opportunità di trattare per la sua liberazione lacerò Repubblica, un giornale sempre schierato sulla «linea dura» di cui D'Avanzo era un alfiere. Da allora, poco alla volta, l'editorialista ha preso sempre più le distanze dalla stanza dei bottoni. Non gradirebbe nemmeno l’acquiescenza del suo giornale verso i vertici del Pd, una critica che condivide con l’editore Carlo De Benedetti, suo vero grande sponsor. Una leggenda dice che il direttore Ezio Mauro si sarebbe stancato delle «dieci domande». Un’altra che D’Avanzo si sarebbe aspettato più considerazione nel momento dei prepensionamenti. Un’altra ancora che sarebbe stato incastrato nelle lotte interne tra generazioni. Ma il grande fustigatore del caso Abu Omar non ha gradito scoprire che una collega del suo giornale è stata intercettata dai Ros mentre avvertiva il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro che era sotto inchiesta a Perugia per gli appalti dei grandi eventi. E ammetteva candidamente: «Mi chiama Bonini e mi fa... “Guarda, forse si deve verificare se Achille è raggiunto da qualcosa, avvertilo subito”». D’Avanzo bastonava il porto delle nebbie mentre la sua vecchia spalla faceva il doppio gioco. Lui che aveva fatto cacciare due colleghi al tempo di Pollari Pompa e Mancino, ora si ritrovava avvolto nell’omertà su uno scandalo analogo scoppiato in casa propria. Come a De Benedetti, nemmeno a Peppe Repubblica piace più, anche se sabato scorso al «Riccioli Caffè» di via delle Coppelle a Roma ha vinto l'imbarazzo e si è seduto a chiacchierare al tavolo dove Mauro aveva pranzato con la moglie. Ufficialmente però regnano «deserto e vuoto e tenebre sopra la faccia dell’abisso», come scrive Eliot. Perché, secondo il poeta inglese che D’Avanzo citava più spesso e cioè Shakespeare, «il silenzio è l'araldo più perfetto della gioia». E in questi mesi Davanzoni gode da matti.