«Repubblica», 7 giorni di sciopero «Non sostituiscono più i malati»

Fra i malumori anche il rifiuto dell’azienda di istituire un fondo per le vittime dei talebani

da Roma

Una lunga e affollata assemblea a Largo Fochetti. Poi, in serata, i giornalisti di La Repubblica prendono una decisione shock, annunciando una protesta senza precedenti: sette giorni di sciopero immediato. Di fatto una «serrata» che bloccherebbe il giornale per un tempo superiore a tutti gli scioperi mai proclamati per il contratto nazionale. E che avrebbe (o forse sarebbe meglio dire «ha») una effetto ancora più drammatico - economico e politico insieme - sull’azienda. Calendario alla mano, infatti, si scopre che la settimana cade in corrispondenza dei due congressi più attesi dal popolo della sinistra: il congresso dei Ds prima, e quello della Margherita poi. L’assenza dall’edicola in una congiuntura così delicata ridurrebbe il peso politico del giornale in un periodo decisivo, e sconcerterebbe i lettori.
È successo tutto ieri sera, ma un conflitto più volte rinviato era già in incubazione da tempo, e le radici dello sciopero sono molto più lontane, trovano la sua ragione in un progressivo inesorabile deterioramento dei rapporti fra i giornalisti e l’azienda. La prima vera rottura è di qualche mese fa, quando la redazione arrivò a minacciare un altro sciopero, dopo aver scoperto che l’editore più progressista della stampa italiana - caso unico - aveva realizzato calcoli complicatissimi per detrarre dalla busta paga dei redattori la quota di trattamento fine rapporto riferita ai giorni di sciopero. Allora un comunicato al vetriolo del Comitato di redazione bastò a far recedere l’editore dal proposito, con tanto di scuse per l’equivoco. Ma ieri c’è stato il bis: il sindacato interno stavolta contesta un altro gesto inaccettabile, il rifiuto, da parte dell’azienda, di intavolare una trattativa sindacale sul blocco delle sostituzioni per malattia. Il gruppo editoriale L’Espresso avrebbe respinto qualsiasi proposta di sedersi al tavolo del confronto sull’organizzazione del lavoro, come pure qualsiasi ipotesi di accordo aziendale. Una sitazione grottesca, soprattutto in alcune redazioni in cui l’assenza contemporanea di tre redattori non rimpiazzati, rende difficile il lavoro.
Inoltre, c’è sempre in piedi la vertenza per il rinnovo del contratto nazionale dei giornalisti, scaduto da oltre due anni. A testimonianza della delicata partita politico-informativa che si gioca in queste ore c’è il comunicato tempestivo di Renzo Lusetti, responsabile Informazione dei Dl: «Il disagio dei giornalisti di La Repubblica è un segnale che non deve essere sottovalutato e va considerato con la massima attenzione e rispetto - sottolinea -. Mi auguro che il Cdr possa fare una riflessione ulteriore sulla decisione annunciata». Un’altra voce - per ora ufficiosa - collega lo «scioperone» alla vicenda del sequestro Mastrogiacomo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, infatti sarebbe stato il muro di gomma, opposto alla richiesta dei giornalisti di costituire un fondo di solidarietà per le famiglie delle vittime dei talebani. Dopo non aver ottenuto nessuna risposta, il Cdr ha capito che l’azienda aveva scelto il muro contro muro. Adesso ci sono sette giorni di tempo, per capire se anche stavolta a capitolare saranno i dirigenti del gruppo.