Repubblica Ceca, vincono i conservatori

Roberto Fabbri

nostro inviato a Praga

Giallo all’italiana nelle elezioni ceche. La potenziale coalizione di centrodestra, secondo fonti ufficiose, avrebbe prevalso di un soffio con 101 seggi su 200. Altre agenzie di informazione danno invece un perfetto pareggio: 100 a 100. Non solo, socialdemocratici e comunisti rifiutano di riconoscere la sconfitta. E non, si badi bene, per dubbi sulla correttezza dei conteggi. Ma perché il premier uscente socialdemocratico Jiri Paroubek ha dichiarato in una sulfurea conferenza stampa che i trionfatori del voto, i conservatori dell’Ods, avrebbero spinto la campagna elettorale oltre i limiti della legalità con le loro accuse di scandali. Paroubek ha detto che il suo partito sta valutando se rivolgersi a un tribunale, sibilando che comunque la sinistra potrebbe avere alla fine una maggioranza. E i comunisti si sono subito accodati all’ipotesi di annullare le elezioni. Il leader dell’Ods, Mirek Topolanek ha reagito accusando il premier di «metodi stalinisti», e il presidente dei Verdi ha detto di avere sentito da Paroubek parole indegne di un leader europeo. Anche il presidente ceco, Klaus, ha rimandato al mittente le accuse della sinistra.
I dati mostrano comunque una forte polarizzazione: i due principali partiti hanno raccolto da soli oltre i due terzi dei voti. L’Ods (conservatori ultraliberisti ed euroscettici) ha prevalso con il 35,3%, mentre i socialdemocratici del premier Jiri Paroubek hanno tenuto oltre ogni previsione, superando il 32%. L’inesorabile soglia di sbarramento del 5% fa sì che solo altri tre partiti saranno rappresentati nel prossimo Parlamento, ma le loro «briciole» saranno decisive. I mai riformati comunisti, che guardano da posizioni rigidamente ortodosse anche la nostra Rifondazione, hanno incassato i voti del loro zoccolo duro, attestandosi su un 12,8% per loro deludente (venivano dal 18% di quattro anni fa e i sondaggi li davano ben oltre il 15%); i democristiani difendono un magro 7,2% ben spendibile dalla loro roccaforte centrista; e l’attesa new entry dei Verdi conferma sì i sondaggi che li volevano all’esordio in Parlamento, ma con un asfittico 6,3%. Scomparsi, come previsto, i litigiosi liberali che erano al governo.
La traduzione in seggi chiarisce il quadro: l’Ods balza da 58 a 82, un trionfo. Anche i socialdemocratici salgono, da 70 a 74. I comunisti franano da 41 a 25, mentre i democristiani quasi si dimezzano, scendendo a 11. I Verdi, ago della bilancia come previsto dai sondaggi, entrano nel Parlamento di Praga con soli 8 deputati. Altre fonti tuttavia darebbero un seggio in meno ai conservatori e uno in più ai comunisti: da qui la presunta parità.
Queste cifre contengono brutte notizie per la Repubblica Ceca, che non vi troverà ciò di cui aveva più bisogno: la stabilità politica. L’aritmetica parlamentare, se venisse confermata la vittoria del centrodestra, rende infatti possibili due sole maggioranza, quella tra conservatori dell’Ods, democristiani e Verdi e quella di «grande coalizione» tra Ods e socialdemocratici. La prima rimane la più realistica, ma ha due gravi ed evidenti limiti, uno numerico (i tre partiti insieme raggiungono appena i 101 seggi su 200 della maggioranza assoluta in Parlamento) e l’altro di coesione politica: i Verdi, pur guidati dall’assennato e borghesissimo ambientalista Martin Ursik, un tipo assai lontano dai nostri Pecoraro Scanio o Cento, sono come minimo imprevedibili, mentre democristiani e Ods faticano molto a intendersi sulle questioni sociali. La seconda maggioranza presenta un problema ben peggiore: conservatori e socialdemocratici hanno ricette per il Paese completamente diverse, hanno passato la campagna elettorale a insultarsi e hanno ripetuto decine di volte che di soluzioni alla tedesca a Praga non se ne vedranno.
Da domani comincia il minuetto delle contrattazioni tra i partiti. La parola d’ordine dovrà essere: compromesso. Suonerà amara soprattutto per Mirek Topolanek, leader poco carismatico dell’Ods che ha in agenda forti tagli delle tasse, privatizzazioni a tappeto e addirittura il blocco della ratifica della Costituzione europea. I suoi probabili alleati lo freneranno per rispetto dei loro elettori, ma è prevedibile che Topolanek potrà comunque guidare con mano ferma. Comunque, per ora a Praga tira un’aria ben più bellicosa e assai poco «europea».