La Prima Repubblica collassò con Craxi la notte di Sigonella

Ruggero Guarini

Non sapevo che Craxi pensava che Arafat fosse un tipo come Mazzini. E che fra gli attentati progettati dal primo contro precisi avversari politici e i massacri di civili ordinati dal secondo non ci fosse alcuna differenza. So però che queste sue convinzioni - che ho appreso leggendo l’interessantissimo libro in cui Massimo Pini ha ricostruito la sua avventura umana e politica (Craxi. Una vita, un’èra politica, Mondadori) - potrebbero aiutarci a capire la vera causa della sua rovina.
Pini sa che anch’io, come lui, penso che Craxi fu il più grande politico italiano del suo tempo. Ma sa anche che questo non mi ha mai impedito di pensare che la notte di Sigonella egli commise il gesto più sconsiderato della sua vita, giacché forse fu proprio con quel gesto che firmò, senza rendersene conto, la sua fine e, contestualmente, il crollo della Prima Repubblica. Sono stato, infatti, sempre convinto che la vera causa di quel terremoto non furono, come credono quasi tutti, gli eccessi di Tangentopoli, bensì l’orientamento filoarabo della nostra politica estera, che trovò il più sciagurato dei suoi esiti proprio nell’infelice gestione del caso dell’Achille Lauro.
Ma come poté accadere che a un uomo dotato del genio politico di Craxi sembrasse ragionevole e onorevole contestare agli Stati Uniti il diritto di arrestare e processare i quattro terroristi che durante il sequestro della nave avevano ammazzato e buttato a mare il povero Lion Klinghofer, il vecchio turista americano, ebreo e paralitico, che fu l’unica vittima sacrificale di quell’impresa infame? E come, soprattutto, ci si poté illudere che l’America e lo stato di Israele avrebbero lasciato impunito quell’affronto?
Non si obietti che tra la notte di Sigonella e la caduta della Prima Repubblica sotto il maglio di Mani Pulite passarono circa dieci anni. Se l’America e Israele, prima di saldare quel conto, lasciarono passare tanto tempo, fu perché soltanto dopo il crollo del muro di Berlino e il collasso dell’Urss sembrò loro chiaro che il Psi e la Dc non erano più indispensabili per fronteggiare il Pci in Italia. E infatti fu subito dopo quel crollo che contro la Prima Repubblica partirono quei due micidiali siluri che furono, ognuno a suo modo, Di Pietro e Buscetta: il primo, spuntato da non si sa dove e manovrato da non si sa chi, diretto contro Craxi e i socialisti; il secondo, lanciato direttamente dagli States, contro Andreotti e la Dc.
Suppongo che Pini, avendo condiviso il filoarabismo socialista di quegli anni, non trovi giusto considerare la scelta di Sigonella un errore. Temo inoltre che egli trovi ammirevole la passione politica da cui quell’errore scaturì. Ma nel fiero fervore con cui Craxi amava equiparare le imprese del terrorismo islamista a quelle di coloro che si è convenuto definire gli «eroi» del nostro Risorgimento, e giustificarle entrambe, come Pini ricorda in una pagina del suo libro, in nome delle «leggi della Storia», non è forse lecito percepire un vago sentore di ingenuo, sventato, quasi puerile romanticismo politico?
Portato alla rovina non dal cinismo e dalla corruzione che gli vengono ancora imputati ma, al contrario, dalla parte più candida del suo animo (quella che si espresse in forme anche toccanti nel suo culto di Garibaldi): non sarà questo il vero segreto della tragedia di Craxi?