LA REPUBBLICA DEI DI PIETRO

Che Repubblica decidesse di sponsorizzare il trattorista Di Pietro è strabiliante, ma ha voluto mitigare la plumbea scelta servendosi del tristo umorismo del vicebrigadiere scelto cui ha affidato l’editoriale del suo direttore, mascherato in quella lingua prossima all’italiano che dai semiologi è detta «verbalese» perché trae il suo dolce stil nuovo dagli avvisi di garanzia. Potremmo anche dire che il verbalizzante D’Avanzo e lo sbirro Di Pietro formano una coppia perfetta, the perfect match poliziesco politico e rallegrarci perché tutto si tiene. Ma se poi uno spende una mezza giornata per tradurre l’editoriale di ieri disponendo del «Verbalese-Italiano» della Webster, alla fine si ritrova solo una sudicia fanghiglia che avrebbe l’ambizione di colpire la linea insopportabilmente liberale dell’eversivo Corriere della Sera.
L’argomento brandito è che se non ci fosse più la finta obbligatorietà dell’azione penale che oggi permette a qualsiasi pubblico ministero di scegliersi i nemici cui fare – citiamo dalla lingua di una giudichessa – «un c... così» a chi pare a loro, la stessa azione penale rischierebbe viceversa di essere orientata secondo gli interessi della giustizia e dell’abominevole cittadino sovrano. Quel che importa notare è la scelta di Repubblica che, con una serie di recenti editoriali ha abbandonato al suo destino il naufrago Veltroni per cavalcare la sgrammaticata tigre del dipietrismo. Intendiamoci: Di Pietro è un Golem liberato da Veltroni che pensava di governarlo e invece ne è governato. Ma il giornale della sinistra che conta ha comunque deciso di darsi alla guerra da corsa con i Paolo Flores D’Arcais, i Beppe Grillo e il loro piccolo mondo di oscuri filosofi falliti ai quali importa soltanto che il nemico dei loro incubi, Berlusconi ovviamente, sia colpito. Essendo costoro dei reazionari, se ne infischiano del verdetto del popolo, che anzi disprezzano.
Dunque, ricordiamocelo: La Repubblica, e i poteri che rappresenta, ha scelto la filibusta dell’antidemocrazia e ha alzato il «Jolly Roger», la bandiera del teschio e delle ossa incrociate, pronta a cannoneggiare non solo il governo ma anche il Parlamento. A ognuno la sua responsabilità. A noi quella di ricordare che seguendo i mostri si ammazzano le democrazie e poi si va a piangere dagli storici per mezzo secolo chiedendosi come sia stato possibile.