La Repubblica di Napoli la fecero i francesi

Guido Polizza (e mail)

Niente, caro Polizza, non ci azzecca un bel niente. Oltre tutto, quello inalberato dai collaborazionisti napoletani non era il tricolore come lo si intende, cioè bianco, rosso e verde. Aveva i colori rosso, giallo e turchino del vessillo di una Loggia massonica partenopea. Certo che l'autore dei testi di quella trasmissione di storia patria ne sa proprio pochina. A parte il tricolore, come si fa ad affermare che i napoletani instaurarono la repubblica? La repubblica fu instaurata dal generale Jean Etienne Championnet una volta che ebbe occupato Napoli. Championnet non faticò molto per trovare un Quisling, un Pétain che facesse al caso. Il primo della serie aveva nome Carlo Lauberg, poi cacciato su due piedi con l'accusa di peculato ed estorsione (presero allora a cantare, i napoletani: «È venuto lo francese cu' 'nu mazzo 'e carte in mano: libberté, fraternité, egalité. Tu rubbi a me, io rubbo a te»). Ma i veri detentori del potere (delegato) erano Mario Pagano, Eleonora Fonseca Pimentel, Ettore Carafa, Annibale Giordano… i «giaccubbini». I quali, ovviamente, a tutto pensavano meno che a uno Stato unitario, figuriamoci poi a uno Stato unitario sotto la corona dei Savoia. Erano della scuola di Robespierre: ai Re tagliavano, caso mai, la testa. E mentre i «giaccubbini» piazzavano alberi della Libertà sotto i quali intrecciar girotondi, i francesi facevano quello che Napoleone aveva insegnato loro: razziavano, sequestravano, incameravano opere d'arte, beni della Corona, dei monasteri, dei Monti di pegni e delle banche.
Far passare tutto ciò per brodo di cultura risorgimentale è una fesseria. Idem spacciare per patrioti una manica di collaborazionisti, di traditori, che si misero al servizio dell'esercito di occupazione. O fare della Pimentel, poetessa di corte fino all'arrivo di Championnet («Ddio nce lo gurad'e tenga / il prode Ferdinando / dalla superba fronte / marito e condottier», ella cantava. In quanto a Maria Carolina, la diceva «tempio di saggezza e di virtù». Questo prima. Dopo, Ferdinando diventa «imbecille tiranno» e Carolina «rediviva Poppea / tribade impura»), opportunista e voltagabbana una protomartire degli ideali nazionali. Finì appesa, vero, ma come altrimenti poteva finire chi s'era fatta culo e camicia col nemico? Lasciò pochi rimpianti: «'A signora 'onna Lionora / che cantava 'ncopp' 'o triato», recitava una ballata popolare, «mo' abballa mmiez' 'o Mercato. / Viva 'a forca 'e Mastu Dunato!», il boia di Napoli. (Comunque sia, va detto che se una volta liquidata, grazie a Ruffo di Calabria, l'effimera Repubblica l'«imbecille tiranno» mandò al capestro 120 collaborazionisti, nei pochi mesi cui furono al potere, i bravi, virtuosi, democratici giacobini impiccarono mille 563 «lazzari». Cioè patrioti. Veri).