Le Repubbliche passano, la crisi resta

Diceva Guglielmo Giannini, quello dell’Uomo Qualunque: «Ogni tanto spunta un fregno». Lasciamo stare il significato spregiativo del «fregno», perché in realtà Giannini, commediografo napoletano, intendeva indicare quel «qualcuno» che affacciava alla politica con atteggiamenti di salvatore della patria. Quanti ne sono spuntati dopo quel grande statista che fu De Gasperi e dopo Fanfani e Andreotti, ai quali, comunque li si giudichi, vanno riconosciute qualità politiche non molto comuni?
Insomma, è vero, in Italia non è affatto una anomalia che ogni tanto piombi nella cittadella della politica un quicumque (diciamolo in latino perché non vogliamo dare del qualunquista a nessuno) col desiderio di cambiare le cose. L’ultimo è Montezemolo, che però s’è affrettato a dire di voler stare fuori dai giochi politici. Perché non credergli? Ad ogni modo ci sarà tempo per verificarlo.
Sia come sia, non c’è dubbio che il presidente di Confindustria ha dato voce sonante allo scontento e al malessere degli italiani. Scontento e malessere che da almeno due decenni, se non di più, vanno montando e ora, si può dire, hanno raggiunto il diapason. Detto, per inciso, hanno eroso e svergognato la politica, che poi si è autodemolita.
Non c’è mai stata tanta sfiducia nella politica come oggi. Il nostro sistema di governo sta vivendo una crisi con dimensioni che non hanno precedenti. Ci sono commentatori che parlano addirittura di pericolo di uno tsunami politico. D’Alema, uomo politico con un self control non comune, non ha esitato a dire in una intervista ormai citatissima che «è in atto una crisi della credibilità della politica che travolgerà il Paese con sentimenti come quelli che segnarono la fine della Prima Repubblica». Il che porta a dire almeno una cosa: che la Seconda Repubblica, ammesso che sia mai nata, appena teenager è già un cadavere in attesa di funerale.
Insomma, riconosciamolo: il rischio del collasso c’è. Siamo la democrazia più fragile, e anche più confusionaria, d’Europa. Come non prendere atto che c’è scarsa o punta sintonia tra classe politica e opinione pubblica? Disincanto e scetticismo prevalgono tra la gente. Il che è persino dir poco, perché verso la politica ci sono addirittura avversione e sprezzo. Si arriva al paradosso: è lo stesso ruolo naturale e storico della politica ad essere messo in discussione.
Di chi la colpa? Certamente della politica, almeno di parte della classe (lasciamo stare la parola «casta», che è una esagerazione) che l’ha impersonata negli ultimi due o tre decenni, abusando del potere che le è stato delegato, esercitando non di rado prevaricazioni sulle istituzioni. La politica ha perduto così quella credibilità che non le deve mancare nel rapporto con i cittadini, ha persino gettato irragionevolmente alle ortiche ideali tradizionali, quelli che ne caratterizzavano identità e cultura, ricorrendo, strumentalmente, ad un pragmatismo innaturale e adulterato.
Il risultato è che i partiti, tutta la classe politica, hanno perduto quei tratti di distinzione (diciamo pure: di nobiltà) che in altri tempi li sollevavano dalla pochezza e da meschinità della quotidianità politica.
E però onestà intellettuale vuole di dirla tutta: questa crisi, che viene da lontano ma risente di errori e deficienze attualissime, è anche il prodotto della società stessa: non solo i politici, ma anche gruppi, ceti, categorie che ora alla politica lanciano accuse di fuoco (sindacati, imprenditori, stampa, accademici; sì, la cultura).
Ho letto quel che in questi giorni hanno scritto o dichiarato commentatori degni di attenzione (Panebianco, Monti, Scalfari, Feltri, Barbara Spinelli. gli editorialisti del Sole 24 Ore, oltre si capisce, i nostri del Giornale). Di tutte queste analisi, quella che mi ha particolarmente colpito è di Panebianco, onesto e obiettivo come sempre. Una sua nota è da segnare per giusta memoria: in Italia, dice, finora non c’è stato né un De Gaulle, che cercò di costruire nuove istituzioni, né una Thatcher, che ridiede vigore agli ideali liberisti e liberali. Di nostro possiamo aggiungere che non abbiamo alcuna fiducia che qualcosa del genere venga da Prodi e dalla sua scombinata coalizione. Ci aggrappiamo alla speranza che dal centrodestra vengano simili tentativi. Che ci resta sennò?