Il «Requiem» di Muti: preghiera vera di suoni, timbri e splendide voci

Il Maestro al Quirinale con lo spettacolo dedicato al Libano

Si aspettava la Messa da Requiem, con tensione, con passione. Il Pala de André, creato per lo sport e usato da Ravenna Festival per le grandi adunate musicali, crocicchio di calori e di rumori, era gremito. Il maestro Muti arrivò sul podio e tutti trattenemmo il fiato, tendendo l'orecchio in attesa di quell'attacco dei violoncelli con sordina, nelle cinque battute dolorose e stupefatte che Verdi butta là per far sentire sùbito il peso della domanda a Dio di pace per chi è morto e chi vive. Partì invece una musica brillante e vagamente sgangherata, festosa; chi lo sapeva già e i più pronti immaginarono che fosse l'inno del Libano e si alzarono in piedi; e lo facemmo tutti, confortati sùbito dopo dalla folgorante partenza dell'Inno di Mameli.
Già, era la celebrazione della festa dell'amicizia tra i popoli, toccava al Libano e ci si doveva anche andare con questo Requiem, a portare un po’ di pace, ma il Libano ora soffre la guerra e ribolle e i messaggi stessi di fratellanza possono sembrare pericolosa provocazione. Così invece Muti ha portato il giorno dopo il Requiem dal Presidente della nostra Repubblica, che fra l'altro è un appassionato intenditore di musica classica, e il simbolo si è rinforzato in importanza ma è rimasto a casa nostra.
Poi Muti andò a sedersi da qualche parte e tutti cominciarono a voltarsi verso un punto delle gradinate, dove c'erano due mazzi di candele accese ed in mezzo una suora a capo chino. La suora emise suoni indecifrabili, con fascino vocale e forza e struggimento, per alcuni minuti, in una di quelle sequenze che ci fan sentire il mondo mediorientale come una civiltà che per natura sarebbe unita. La suora era Marie Keyrouz, naturalmente libanese, ed in terra bizantina, come Ravenna, si coglievano naturali anche le consonanze cristiane antiche...
Finalmente comiciò il Requiem. Fu una preghiera vera, che unì come forse non mai gli splendidi coro e orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, i quattro solisti di canto e il direttore. Vera, come diceva Verdi: «Se capissero che cos'è questo vero!», altro che discettare di generi e di scuole. Il Dio tremendo e misericordioso, che va strappato al suo silenzio alle nostre preghiere, con lo slancio fiducioso continuo in infallibili perorazioni. L'umiltà conquistata in oasi liriche, la violenza del Giudizio divino che fa barcollare...
Va la parola nel Requiem di Muti ad ispirare e raccogliere la musica delle voci e degli strumenti. Alexia Voulgaridou, con il suo timbro penetrante e le intenzioni luminose in una tecnica ancora un po’ grezza, Mario Zefiri, miniatore di suoni e di frasi con l'innocenza di chi aspetta il perdono, Ibdar Abdrazakov che tocca lo struggimento del mistero, leggono Verdi a nome nostro in modo emozionante. Ma quando Olga Borodina, nella sua voce piena e scura manifesta la sua sensualità ardente e raccolta, affettuosa e consapevole, ricordando a Dio che è venuto al mondo per noi, «Recordare...» e gli strumentini le rispondono dal fondo della storia, o quando accetta lo stupore della modulazione musicale che si apre come un sipario per invocare la luce «Lux aeterna...» siamo nell'assoluto. «Questo vero» è offerto e rivelato.