Requiem per la tv uccisa dalla realtà

Sull’Espresso di questa settimana c’è una vignetta di Altan in cui un giovane «mostro» metropolitano, bermuda mimetici, zoccoli american colorati di quelli che porta anche il presidente americano George W. Bush, tatuaggio sul braccio, orecchino dorato e capelli a cresta di gallo, dice al padre: «Babbo vado in tv!». «Allora non ho vissuto invano» risponde impassibile il genitore.
Senza che ce ne accorgessimo e in dose sempre più massiccia, la televisione ha smesso di romanzare la vita, raccontarla e/o interpretarla, e si limita ormai a metterla in onda. Il numero dei programmi in cui l’attore e il pubblico sono interscambiabili, è legione, il numero dei programmi in cui arriva un tizio che si premura di raccontarti i fatti suoi, risponde a un quiz, piange o ride perché lo mettono in comunicazione con un parente, un amante, un conoscente, anche.
Stupisce la facilità con cui tutti danno fondo ai loro sentimenti con grande professionalità, ovvero nessuno si vergogna e mostra sempre alle telecamere il suo profilo migliore, o forse sarebbe meglio dire che stupisce che ancora qualcuno si stupisca, perché questa ormai è la norma e tutto il resto ha più il sentore del sopravvissuto, del datato, facendo i debiti scongiuri, del caro estinto. Sparare contro la televisione, si sa, è un esercizio facile, tipico magari di quelli che hanno la puzza sotto il naso. E tuttavia, i difensori del mezzo televisivo, della libertà che esso ha portato con sé, del processo di democratizzazione che suo tramite si è avuto in Italia, dovrebbero egualmente interrogarsi sul senso e sul valore che questo nuovo corso significa. Il discorso vale per la tv pubblica in primis, ma anche quella commerciale e privata dovrebbe rifletterci sopra, perché l’idea di insieme finisce con l’essere quella di un sistema mediatico che non avendo più idee si limita a mettere in piazza la condizione umana senza filtro e senza rete di sicurezza.
Si obietterà che in fondo in una giornata di programmazione c’è un po’ di tutto, la fiction e il varietà, l’approfondimento e il divertimento, il gioco... Sarà sicuramente così, ma resta lo stesso la sensazione di una battaglia perduta, il rimpianto per ciò che sarebbe potuto essere e non fu.