Il Requiem di Verdi secondo Barenboim

Alla Scala è tempo di bilanci e riassetti. Ma anche dell’improvvisa disponibilità di Lissner nei riguardi della figura del direttore musicale. Nessuno ci credeva più. Barenboim, stellare biglietto da visita con la formula inedita di «maestro scaligero», nulla ha infatti a che vedere con quella carica fondamentale al patrimonio qualitativo e tradizionale dell’orchestra. Ruolo sin qui detenuto da illustri direttori italiani. La scelta, che verrebbe formalizzata nel 2010, pare invece guardare a una rosa di giovani stranieri. In particolare si fa il nome del venezuelano Gustavo Dudamel, gradito, per differenti motivi, un po’ a tutti. Sebbene venga proprio da dire: Dudamel come Abbado e Muti? Intanto la nostra orchestra, nella duplice veste di Sinfonica Scala e Filarmonica, approda a Parigi, nella mitica Salle Pleyel. La stessa che non manca mai nei curricula dei grandi d’antan. L’auditorium inaugurato nel 1927 e poi variamente decaduto e rinato dalle sue ceneri che adesso brilla nel fulgore «art déco rivisitata» lungo la rue du Faubourg Saint-Honoré. Tra ovazioni incontenibili e festeggiamenti per il compleanno del super-direttore i nostri sono guidati il 15 da Daniel Barenboim (Requiem di Verdi). Mentre il 16 tocca a Pierre Boulez (tutto-Bartók con Maurizio Pollini al piano). Una coppia di bacchette strepitosa e collaudata. Di recente, con il ciclo Mahler varato dalla Staatskapelle Berlin, li abbiamo visti alternarsi anche sul podio scaligero. Ora Barenboim riprende il programma parigino alla Scala: stasera e venerdì. Stessa orchestra, stesso Coro (diretto da Bruno Casoni) e stessi solisti, eccetto il basso (Barbara Frittoli magnifica e un po’ affaticata, Sonia Ganassi, Jonas Kaufmann superbo con qualche attacco incerto, Renè Pepe). Con il Requiem verdiano il «maestro scaligero» e la Filarmonica propongono finalmente la grande Messa che nel novembre 2007 era stata annullata causa sciopero. Ed era saltata anche nella cattedrale di Parma dove avrebbe dovuto chiudere le celebrazioni toscaniniane. In cambio Barenboim ha portato il titolo a Berlino, Tel Aviv, Roma...
Il lavoro di Verdi è stato più volte al Piermarini nell’Ottocento ed è presentato al Novecento da Arturo Toscanini. Seguono tutte le bacchetta che hanno fatto la storia della direzione d’orchestra. Da De Sabata a Gui, da Serafin a Votto, da Karajan a Abbado. Nell’86 incontriamo un Lorin Maazel (che di recente riprende il titolo a Sant’Ambrogio). Quindi la partitura diventa un feudo incontrastato di Riccardo Muti, che ne smorza la chiara matrice drammatica nei colori di una profonda e metafisica pietà.