La resa anticipata di Karl Rove: "Repubblicani rassegniamoci"

Il consigliere politico dei conservatori alza bandiera bianca e ridefinisce la mappa elettorale del Paese <br />

nostro inviato a Chicago

La resa di Karl Rove arriva in anticipo. I seggi non sono ancora aperti, l'America non è ancora in coda. Questa è l'ultima previsione e non ce ne saranno altre fino alla fine. Non servono, secondo lui: lo stratega più celebre della terra colora di blu l'Ohio, la Florida, la Virginia. Fatto. «Obama vince», fine dell'era repubblicana. Sicuro? Non c'è niente di certo nelle elezioni americane, ma lui, con questo calcolo, ha fatto vincere due volte George W. Bush. Calcoli, una combinazione tra tutti i sondaggi «ufficiali» e le analisi del suo staff. È il risiko della sua vita. «Le mappe di Rove», così le chiamano le tv americane che aspettano i suoi aggiornamenti per fare i loro ragionamenti. Fox soprattutto, ma anche gli altri, quelli che l'hanno detestato per tutta la sua avventura alla Casa Bianca al fianco di Bush.
Quelle mappe circolano nei desk dei network, qui a Chicago spuntano dalla tasca dei producer delle grandi televisioni Usa. Le controllano per confrontarle con quelle che cominciano a venire fuori in serata quando arrivano i primi exit poll. Rove vede. Rove prevede: Obama ce la fa, anzi sfonda. «Può vincere con il distacco maggiore dal 1996 a oggi», è la nota che accompagna la cartina appena sfornata. Arriva di notte, prima che l'America si svegli, ed è uno schiaffo ai repubblicani che solo alla vigilia dell'election day avevano dichiarato di essere in recupero. Rove non ci crede. Ha messo insieme il materiale, l'ha elaborato, ha organizzato: la vigilia elettorale la sua nuova azienda di consulenza politica l'ha passata così, a controllare i flussi degli ultimi sondaggi e a incrociarli con le analisi dello stratega. Lui ha guardato e poi ha deciso: gli Stati in bilico sono stati assegnati al candidato che era in vantaggio all'ultima rilevazione. È un puzzle di rosso e blu che si intersecano. L'onda obamiana ha un flusso che per lo stratega repubblicano riesce a toccare persino Stati che sembravano intoccabili: scende verso Sud e si espande a Ovest, nelle roccaforti conservatrici.
Così ha stravolto le sue mappe, Rove: la Florida era conservatrice e ora è liberal, l'Ohio era bushiano e ora è obamiano, la Virginia è sempre stata repubblicana per quarant'anni e ora è democratica. Blu, blu, blu. Il colore delle sue mappe cambia anche in Colorado, in Nevada. Ha dato North Carolina, Missouri, Indiana e North Dakota a McCain. Era indeciso fino all'ultimo su North Carolina e Indiana, più popolosi e quindi più importanti. «Andranno ai repubblicani perché la tendenza delle ultimissime ore li ha portati in vantaggio». Quando fa arrivare la sua previsione, Rove ha ancora un dubbio sulla Florida: irrilevante, però. Secondo i suoi calcoli, per le sue teorie, non può bastare. Al massimo finirebbe 311 a 227 per Obama, anche se lo stratega di Bush è ancora più sbilanciato: Obama arriva a 338 voti elettorali, McCain si ferma a 200. Fine della partita, fine dei giochi. Non ci sono altri commenti, anche perché lui c'ha provato per un sacco di tempo. Mai entrato direttamente nella campagna repubblicana di quest'anno, ma sempre pronto a far sapere che la direzione presa dallo staff di McCain non era quella giusta. L'ultimo allarme pesante l'aveva dato intorno al 10 ottobre. L'aveva scritto anche su Newsweek: «Obama è favorito, McCain arranca. Deve pedalare in salita». Ottobre è stata la chiave: per la prima volta, all'inizio del mese scorso, nelle cartine di Rove Obama ha superato la soglia magica dei 270 voti, il numero che significa vittoria e Casa Bianca. «A inizio settembre erano praticamente pari, poi il sostegno a McCain è sceso drammaticamente, quello a Obama è salito altrettanto drammaticamente. McCain paga l'economia, la guerra in Irak e la volontà di alternanza politica».
C'ha provato, l'architetto di Bush. Ha condiviso la scelta di Sarah Palin come vice: senza la governatrice dell'Alaska, secondo Rove, McCain sarebbe stato ancora più in difficoltà. Ha anche dato consigli al team del candidato repubblicano: «Dovete dipingere Obama come uno spendaccione, un classista e un elitario che non si è mai sporcato le mani, ma evitando la tentazione di sferrare troppi ko, benvenuti ma difficili e non necessari».
Forse hanno fatto il contrario: la contraerea repubblicana ha picchiato molto, senza selezionare. Rove era convinto che lo staff di McCain doveva credere di più nei sondaggi bugiardi. «Non sono veritieri, Obama è in vantaggio, ma i numeri sono eccessivi. Se John sceglie le soluzioni giuste, se ci crede può recuperare». Forse ci ha creduto più Rove, di McCain. Allora non ha potuto fare altro che prendere le sue mappe e cambiare il colore. Non è mica colpa sua.
GDB