La resa del centrosinistra: siamo al capolinea

da Roma

Finito, morto, kaputt. Lo ha detto chiaramente e rumorosamente qualche giorno fa Fausto Bertinotti. Lo ripetono adesso dalla sponda centrista, dopo il risicato sì alla fiducia, Di Pietro, Dini, Manzione, Bordon. E Clemente Mastella si candida per il colpo di grazia al Professore: «Se non viene ritirato l’emendamento sull’omofobia, sarà crisi di governo».
Il clima insomma è questo. Ma se dal Quirinale filtra una certa preoccupazione, con Napolitano che chiede all’Unione di abbassare i toni delle polemiche e che «aspetta il risultato» della prossima verifica della maggioranza, da Palazzo Chigi si ostenta sicurezza. Tranquillo sembra pure Massimo D’Alema: «L’ultimatum di Mastella? Forse sarà stato un penultimatum. Vedremo».
Ma per i moderati del centrosinistra c’è ben poco da vedere. Secondo Lamberto Dini «la crisi di governo è inevitabile». Secondo Enrico Boselli «è ormai questione di settimane». Previsioni fosche arrivano pure da Antonio Di Pietro: «Il voto di ieri al Senato ha dimostrato che la maggioranza politica non esiste più». Di chi è la colpa? «Le critiche di Bertinotti - dice il ministro dei Lavori pubblici - nascono dal fatto che alcune forze politiche sono nella coalizione per motivi elettorali. Ora è arrivato il tempo di passare dalla coalizione di necessità a quella di programmazione». Si può fare, insiste, «scomponendo e ricomponendo il quadro politico per arrivare, al di là delle ideologie, alla costruzione di un polo del fare». Nel frattempo Di Pietro potrebbe lasciare la compagnia: «Sui fondi per le infrastrutture ci sono troppi giochini contabili per rimandare i pagamenti. Se la cosa non finisce, dall’anno prossimo smetterò di fare il ministro».
Il 2008 dovrebbe aprirsi con la verifica richiesta dal Prc. Se andrà bene, dice Dini, servirà solo a spostare l’asse del governo più a sinistra. Se andrà male, dice invece Renato Ferrero, «usciremo pure dalla maggioranza». Certo, bisognerà vedere se a gennaio ci sarà ancora un governo, come puntualizza Dini e come racconta Willer Bordon: «Non credo che si possa aspettare il mese prossimo, così non si può proprio andare avanti, si fa del male al Paese. Dalle dichiarazioni di Bertinotti a quello che è accaduto al Senato, tutto conferma ciò che diciamo da tempo, che non c’è più una maggioranza politica». Che fare? Visto che al voto con questa legge «non si può andare», Prodi dovrebbe presentarsi alle Camere con un altro governo con dodici ministri e la metà degli attuali sottosegretari e cercare i numeri.
Sicurezza, economia, diritti civili. Ma ai tanti motivi di lite se n’è aggiunto un altro, che per Gavino Angius «è il più pericoloso per la tenuta del governo», il dibattito sulle riforme. Su questo punto Roberto Manzione attacca apertamente Veltroni, «che si crede imperatore di Roma e che ha surrogato le istituzioni». Conferma Giovanni Russo Spena: «Il vero problema è la legge elettorale»