Resa dei conti tra Barracuda Sarah e McCain

nostro inviato a Columbus (Ohio)
Sarah Palin è tornata in Alaska e John McCain certo non la rimpiangerà. Conclusa la campagna elettorale emergono nuovi dettagli su una relazione che è stata politicamente infruttuosa e umanamente tempestosa. Era la grande, affascinante Sarah. All'inizio. Poi è diventata l'inadeguata, vanitosa Sarah. Improvvida anche nel momento della sconfitta. Martedì notte a Phoenix ha chiesto di pronunciare un discorso di concessione. «Non se ne parla nemmeno», l'hanno bloccata Mark Salter e Steve Schmidt, i due strateghi della campagna repubblicana, ricordandole che da sempre questa è una prerogativa del candidato alla presidenza. Il suo vice tace, sia in caso di sconfitta che di vittoria.
Joe Biden lo sa e a Chicago si è limitato a salire sul palco assieme a Barack Obama. Ma Sarah è Sarah. Una Hockey Mum, una «Barracuda» e non s'arrende mai. Ha bussato alla porta di McCain con il testo del discorso in mano. È uscita dopo due minuti con l'aria sconsolata. No, John non la rimpiangerà. Non è ancora chiaro chi gliel'abbia suggerita: quasi certamente Karl Rove, lo spregiudicato ex spin doctor di Bush. E lui l'ha accettata a scatola chiusa. All'inizio tutto bene: la Palin ha mobilitato la destra religiosa e suscitato una tempesta mediatica senza precedenti. Ma quando è svanito l'effetto sorpresa e ha dovuto mostrare le sue qualità personali, l'America ha cambiato opinione. O meglio: la destra ha continuato ad adorarla, ma quella moderata, indipendente l'ha bocciata senza appello, giudicandola impreparata, vanitosa, talvolta persino sciocchina. In pubblico. Dietro le quinte è andata anche peggio.
Sarah che, il giorno della Convention, accoglie i consulenti della comunicazione seminuda in camera, avvolta solo in un asciugamano con i capelli bagnati e li invita ad aspettarla chiacchierando con suo marito, il laconico Todd. Sarah che cade nella trappola di una radio canadese, scambiando un disc-jockey per Nicolas Sarkozy, sebbene la telefonata fosse in programma da tre giorni. Ma nessuno del suo staff si è premunito di verificare che in linea ci fosse davvero l'Eliseo e nessuno, naturalmente, ha pensato di avvertire lo staff di McCain.
Sarah maniaca dello shopping. Pare che abbia speso molto più di 150mila dollari per comprare i vestiti. Nel budget della campagna erano previsti 20-25mila dollari per acquistare sei completi (tre per la convention e tre per la campagna), incluse spese per il parrucchiere e l'estetista. Ma lei ha largheggiato; 76mila dollari in un negozio, 49mila in un altro. «È una provinciale che, a contatto con il bel mondo ha perso la testa», sibila una fonte del partito. E allora festa per tutta la famiglia. Abiti? Non solo. Anche valigie e gioielli. A carico del Partito repubblicano, che ha incaricato una squadra di legali di stilare un inventario dei beni acquistati dall'ex candidata alla vicepresidenza.
Lei intanto è tornata a casa. «Sono e resterò Sarah, una ragazza dell'Alaska», ha annunciato giuliva ai suoi infreddoliti fan. Alcuni indossavano t-shirt con la scritta «Palin 2012», qualcuno ha urlato «Palin 2016!», riprendendo un'altra delle sue battute infelici, quando, a cinque giorni dal voto, ha affermato, tra il serio e il faceto, «che tra otto anni potrei essere presidente», ammettendo implicitamente una vittoria di Obama.
Per almeno altri due sarà governatrice dell'Alaska. Poi si vedrà. Sarah è ambiziosa, è giovane e milita in un partito che non ha più leader riconosciuti. Di lei sentiremo parlare ancora, magari già nel 2010 come candidata al Congresso. Perché Washington è più affascinante di Juneau o di Wasilla. Perché Sarah si è scoperta star e ci ha preso gusto.
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