Resa dei conti a Tripoli Liste di proscrizione per gli amici del regime

Hassan ricorda quando, pochi giorni fa, nel quartiere di Nofleen, a Tripoli, gli è finita tra le mani quella lista. C’erano i nomi di una decina di guardie rivoluzionarie, forza d’élite del colonnello Gheddafi. «Collaborazionisti», c'è scritto sopra. E tutti ricercati.
Il primo nome su quel foglio è quello di un parente di Hassan, che non vuole dare il suo vero nome per motivi di sicurezza. Ahmad Tarhouni è un ex tenente della guardia rivoluzionaria, uno dei corpi di élite del regime del colonnello Gheddafi. È originario di Misurata. La sua casa è stata la prima in città a essere data alle fiamme quando a febbraio è cominciata al rivoluzione. «È scappato a Tripoli con la moglie, i figli e soltanto i vestiti che aveva addosso», spiega il suo parente. Sapeva di essere ricercato e in pericolo di vita. Agli amici e alla famiglia diceva che se i ribelli lo avessero arrestato a Tripoli si sarebbe salvato, ma che se lo avessero catturato a Misurata, non sarebbe sopravvissuto. Ora è fuggito, si nasconde, teme rappresaglie, teme per la propria vita. «Lo sapevamo tutti che aveva ucciso molte persone prima della rivoluzione», spiega ora Hassan.
Il foglio di carta bianco, con i nomi scritti a computer, senza stemmi o loghi, non è l’unica lista di proscrizione che circola oggi a Tripoli, dopo l’ingresso delle forze ribelli. Nel quartiere di Tajura, uno dei primi a sollevarsi il 20 agosto, l’elenco delle persone non grate è pronto da mesi. E gli abitanti della zona a est della capitale, da sempre all’avanguardia dell’opposizione al regime, in tempi ancora non sospetti hanno deciso di appendere alle porte delle moschee locali fogli con oltre 200 nomi. Lo hanno fatto nei primi giorni di giugno. La minaccia, silenziosa e anonima, ha raggiunto il suo scopo qualche giorno fa quando, con l’avanzare dei ribelli sulla capitale, molti dei gheddafiani indicati sul pezzo di carta hanno lasciato il quartiere, forse il Paese, racconta un ribelle, uno dei cinque compilatori della lista, che vuole rimanere anonimo.
«All’inizio i nomi erano 600. Molti sono stati cancellati. Un nome finisce sulla lista soltanto quando ci sono più di tre persone del quartiere che indicano un certo individuo come un pericoloso sostenitore del regime. Non basta un’indicazione singola - spiega il giovane ribelle - Li abbiamo classificati in ordine di pericolosità: chi ha ucciso, fornito armi, chi ha fatto la spia».
Lo stesso succede in altri quartieri della capitale che, mentre il mese sacro del digiuno islamico di Ramadan si avvia verso la fine, rimane sospesa tra la guerra e un tentativo di tornare alla normalità. Nel suo negozio di vestiti appena riaperto nel quartiere di Zawiyah Dahmani, Kalam Leitem, membro della «giunta» ribelle locale, spiega come anche lì gli abitanti avessero liste segrete, pronte già da prima dell’inizio della battaglia per Tripoli. Ma soltanto nei giorni scorsi le hanno consegnate al consiglio militare. «Abbiamo indicato soltanto i sostenitori del regime che hanno ucciso e si sono sporcati le mani di sangue, non gli altri, che possono rimanere nelle loro case». Queste persone, spiega, non commettevano crimini nel quartiere stesso, ma erano spediti a compiere azioni punitive in altre zone della capitale.
A Tripoli, come in tutto il resto della Libia, è facile per i ribelli dopo i giorni della battaglia controllare la città strada per strada. Gli abitanti di ogni quartiere sanno bene chi è chi, conoscono i nomi e le facce di coloro che hanno da sempre lavorato con il regime, passato informazioni ai servizi segreti, messo in atto le repressioni. E sono gli stessi abitanti, racconta Abdelrauf Jedi, un giovane che lavora come volontario per le nuove istituzioni del suo quartiere, Andalus, che si recano agli uffici del consiglio locale a riportare i nomi dei sospetti di lunga data. Dopo un certo numero di segnalazioni riguardanti la stessa persona, i ribelli si presentano alla porta di casa dell’indiziato. «Bussano. Se si presentano disarmati chiedono loro di collaborare, di consegnare le armi e di rimanere in casa, per il momento - spiega Jedi - Altrimenti, se c’è resistenza, sono costretti al combattimento».
Per qualcuno però non è ancora l’ora di fare i conti con quello che resta del vecchio regime. Mahmoud Marjini, 50 anni, un casco di capelli bianchi, è fra i primi poliziotti a essere tornato nelle strade. Non è il momento per gli arresti, dice, ci sono altre priorità: mancano cibo, carburante, acqua. «A loro penseremo dopo».