La resa dei prof: «La scuola non serve più a nulla»

Vittorio Macioce

È un pomeriggio d'inverno. La sera è già scesa, aria umida e di pioggia. Si vedono le luci dell'edificio scolastico, un palazzo anni '70, mattoni tristi di sporco e fuliggine. Questa è l'ora delle visite. Non c'è il chiasso della mattina, passi lenti, brusii, attesa. Il colloquio tra professori e genitori è una liturgia che si ripete ogni mese. In tanti anni, forse, non si sono mai capiti. Tra i malanni della scuola c'è anche questo mancato appuntamento, silenzio scenico da teatro dell'assurdo, un’opera da tre soldi o un dramma di Ionesco. Gli insegnanti spesso si percepiscono come l'agnello di Dio, sui cui gravano i peccati del mondo, come se la società avesse delegato solo a loro, poveri e senza strumenti, la salvezza delle anime. I professori sono i sacerdoti di una religione laica che si è arenata all'ultimo scoglio del Novecento: lo Stato che educa i propri figli. Le famiglie, invece, non vogliono avere sensi di colpa. I professori dicono: noi dobbiamo trasmettere il sapere. I genitori rispondono: no, voi dovete educare i nostri figli. È un rimpallo di deleghe. L'equivoco è tutto qui. Un amico insegnante dice che la colpa è dell'educazione civica. L'hanno inserita nei programmi scolastici, nessuno la insegna, ma incasina tutto.
Maria Giovanna Ranaldi Tempesta ha la tempra del manager esperto. In un'altra era avrebbe guidato un'azienda privata. Nella sua, quella che le è toccato di vivere, è preside alla Dante Alighieri di Isola Liri, provincia di Frosinone, ai confini meridionali del Lazio. Racconta. «Incontri la madre o il padre di un ragazzo. Trovi le parole giuste per dire che il figlio non studia, non ascolta, è irritante, fastidioso, spesso maleducato. Cosa dobbiamo fare? La risposta è uno sguardo incredulo, poi indignato. Silenzio. E quattro parole che sistemano tutto. Si sbaglia, nostro figlio a casa è un angelo. Se si comporta così la colpa è solo vostra. Non lo capite. Non sapete come trattarlo. L'educazione è compito vostro. Li guardi e non sai più che dire. Rassegnazione». Senti queste storie e metti in discussione il rapporto con tua madre. Cominci a pensare che per tutta la vita lei ha remato contro. Contro di te. Ogni volta che c'era una divergenza di opinioni tra te e i professori, lei giudice fazioso stava dalla loro parte. Una nota? Colpa tua. Un quattro? Non hai studiato. Un sei? Potevi fare di più. La prof è pazza? Non raccontare storie, non esistono professoresse pazze. Sbagliava, naturalmente. Ma non poteva dare scuse a suo figlio. Tra te e l'autorità, l'onere della prova gravava tutto sulle tue spalle. Altri figli possono confermare l'esistenza di tali madri. Ma forse è un modello che stanno ritirando dal mercato. Non corrisponde alle norme Ue di un corretto equilibrio psicanalitico.
Bocciare è sempre un dolore. È per questo che ormai, per legge, il professore è diffidato dalla severità. La riforma Moratti suggeriva di non bocciare più di una volta un alunno alle medie. Un consiglio con una certa «ratio». Gli undici-tredici anni sono un'età ancora indefinita. Le qualità faticano a emergere. È vero che molti insegnanti di liceo si lamentano della scarsa preparazione di chi arriva dalle medie, ma anche i professori più cattivi pensano che la bocciatura sia un «male estremo». L'ultima Finanziaria ha tirato in ballo invece una strana teoria. Bisogna ridurre la «permanenza media» degli alunni all'interno del sistema scolastico. Se si riduce del 10 per cento il numero dei ripetenti si riducono le spese di 18,6 milioni nel 2007 e di 56 milioni nel 2008. La logica è questa: meno studenti, meno classi, meno insegnanti, meno bidelli, meno spese. E tutti vissero felici e contenti.
Rosa Lupo, insegnante di lettere da 32 anni, napoletana, docente in un liceo scientifico, dice che per capire cosa è accaduto in questi anni basta guardare i corridoi: «Sono passerelle per sfilate di moda». Andrea Brenna, insegna lettere nella scuola media Salvador Allende di Senago (vicino a Nova Milanese). È un cattolico «militante». «Gli insegnanti - spiega - sono terrorizzati dagli studenti. E questa paura rovina tutto. Li abbiamo abbandonati. Questi ragazzi vivono in “non luoghi” come il retro dei centri commerciali o negli angoli delle strade, dove provano a imitare il mondo degli adulti. Non quello vero, ma quello che si vede alla tv, nei fumetti giapponesi, o nel gioco virtuale che spinge tutti nello stesso spietato meccanismo: consumare senza amare niente. La scuola ha perso il dono della bellezza».
La professoressa Ranaldi Tempesta fa un'analisi lucida di quello che sta accadendo. Ti spiega, con calma, che la scuola non è più un modello culturale di riferimento. È entrata in rotta di collisione con i valori vincenti di questa società. «Un tempo - dice - il titolo di studio ti garantiva un accesso alla professione che avevi scelto. Era un assioma culturale. I genitori, anche quelli più poveri, erano convinti che attraverso lo studio i figli avrebbero avuto una vita migliore. Questa fede nel sapere ora non c'è più. La laurea è appunto solo un pezzo di carta». Le famiglie più sagge, o furbe, si affidano per il lavoro a «uffici di collocamento forti: lobby politiche, sindacali, religiose. Altri ricorrono alla rete di amici e conoscenti. C'è poi chi spera nella lotteria: la lotteria del “saranno famosi” o di “campioni”». «La scuola - conclude la professoressa - è un modello culturale che non ha retto la collisione con l'era del Grande Fratello». Gli studenti questo l'hanno capito e sintetizzano l'intero discorso con il più cinico dei «la scuola non serve». Ecco: semplicemente non è utile, non è bella, costa troppo. E il professore siede su una cattedra vuota.
Vittorio Macioce