La resa di Prodi: la Finanziaria non mi piace

Antonio Signorini

da Roma

«Se mi accusano di aver dato un ruolo esorbitante ai sindacati rispetto alla piccola e media impresa, è possibile che abbia fatto questo errore; non ho dubbio che lo abbia fatto. Può darsi che ci sia stata una trattativa troppo ristretta tra Confindustria e sindacato». Parlare di una Canossa di Romano Prodi è forse eccessivo. Anche perché l’impressione è che in cambio della prima autocritica sulla finanziaria, il presidente del Consiglio abbia incassato dall’assemblea della Cna - la confederazione degli artigiani vicina alla sinistra anche se fortemente critica nei confronti della manovra - il privilegio di non essere contestato. All’appuntamento della Confederazione nazionale dell’artigianato l’esecutivo è arrivato in forze, rappresentato anche dal viceministro Vincenzo Visco e dal ministro allo Sviluppo economico Pierluigi Bersani e con un messaggio preciso: ammettere gli errori nell’aver escluso dalla concertazione la piccola impresa, cercare di smontare l’immagine di un governo che considera gli artigiani degli evasori. Il tutto difendendo il merito della finanziaria 2007.
«Forse abbiamo fatto qualche riunione sbagliata, ma abbiamo comunque deciso sempre la cosa giusta, la finanziaria la rifarei identica, ma in modo diverso con tavoli più articolati», ha spiegato il premier. Dalle proteste degli artigiani della Cna, che si sono fatti sentire anche ieri nonostante il fair play dei delegati, Prodi sostiene di aver tratto «più un insegnamento politico che di decisione economica». Anche perché di penalizzazioni alle Pmi - assicura - non ce ne sono. Nemmeno sul Tfr, un capitolo scritto solo consultando Cgil, Cisl, Uil e Confindustria. E per i prossimi mesi, quando la Finanziaria entrerà a regime «si capirà il senso della nostra azione e ci verranno perdonati gli errori tattici».
Una previsione dalla quale, a sentire il presidente del Consiglio, dipende il futuro del governo visto che - ha ammesso Prodi - «io ho scommesso tutto su questa finanziaria soprattutto rispetto al fattore crescita».
In realtà il premier già guarda al dopo manovra. E spera di ridurre l’attrito con professionisti, piccole imprese, artigiani e commercianti dopo una sessione di bilancio che definire difficile è poco. E per farlo è andato alla radice: «La divisione fra Italia onesta e disonesta, tra lavoro dipendente e indipendente, tra virtuoso e non virtuoso, non è stato un quadro dato dal governo ma dai media, con un chiaro interesse politico». Anche il ministro allo Sviluppo economico Bersani - che rispetto a Prodi e ancora di più rispetto al collega Visco giocava in casa e ha incassato diversi applausi - ha ripreso la stessa linea di Prodi: fare autocritica sulla concertazione e negare un pregiudizio ideologico nei confronti di chi fa impresa. Bersani ha respinto l’idea «di un governo che ha stigmatizzato i piccoli e medi imprenditori come evasori». La ricetta del centrosinistra «non è nemmeno quella di abolire l’evasione, ma di riportarla a livelli europei».
Un po’ meno efficace il viceministro dell’Economia Vincenzo Visco che, provocando gli unici, contenuti, mugugni della mattinata, ha difeso gli studi di settore sostenendo che l’aggiornamento rappresenta il ritorno a una situazione di normalità. «Le imprese non pagavano perché sapevano che tanto alla fine c’era il condono». «Le tasse stanno antipatiche pure a me», ha assicurato cercando di respingere l’immagine di uomo delle imposte. «La storia della simpatia e dell'antipatia proprio non la capisco. Io penso di essere simpatico», ha assicurato. Ai delegati della Cna ha anche dato un consiglio: «State attenti a non cadere nella retorica della contrapposizione tra sindacati e piccole imprese artigiane, perché io gli artigiani li conosco e non vedo tanta differenza con gli operai». E se le associazioni del mondo economico dovessero scendere di nuovo sul piede di guerra? Non ci sono problemi. E il perché lo ha spiegato Bersani: «Abbiamo la pelle da elefante noi. Vi ricordate la finanziaria del ’96, quella dell’eurotassa?».