"Resident Evil? Il game batte il film"

Le vendite del gioco continuano ad aumentare. Paul W. S. Anderson: &quot;<em>Avatar</em> mi ha sedotto con la magia del 3D. Ora lo uso sempre&quot;. Su Milla Iovovich: &quot;Mia moglie è un'esperta di mostri e zombie&quot;

Los Angeles - Milla Jovovich, l’eroina d’azione più longeva di Hollywood, torna sullo schermo nei panni di Alice, l’ ammazza-zombie in Resident Evil: Afterlife, il quarto episodio della saga tratta dall’omonimo videogioco. La serie è un affare di famiglia, poichè il film è diretto dal marito Paul W. S. Anderson, (sceneggiatore di tutti e quattro i film, nonchè regista del primo). La storia è la seguente: esperimenti genetici eseguiti dalla potentissima Umbrella Corporation hanno creato zombie che stanno distruggendo l’umanità. Alice, ex agente di sicurezza della Umbrella, è lei stessa una mutante dalle capacità telecinetiche e dalla forza superumana, acquisite in seguito alla contaminazione con un virus sperimentale. In questo episodio, ambientato tra Tokyo e Los Angeles, Alice continua la ricerca di sopravvissuti per portarli in salvo, ma dovrà fare i conti anche con la sua ritrovata mortalità. Il film è in 3D, girato con le stesse telecamere usate per Avatar.

«Prima di Avatar non ero convinto dal 3D - dice il regista - sono stato sul set di Cameron e sono stato sedotto da questa nuova tecnologia. Il 3D ha cambiato il mio modo di lavorare. Col 3D l’inquadratura tiene l’attenzione più a lungo, gli occhi e la mente hanno bisogno di più tempo per seguire l’immagine, e quindi non c’è bisogno di un montaggio frenetico. In Resident Evil ci sono la metà dei tagli rispetto al mio film precedente, Death Race. Dopo quindici anni nel business mi sembrava di essere al mio primo film e di dover imparare di nuovo il mestiere».

Crede che il 3D sia qui per restare?
«Sì, e credo che il cinema evolverà in altre direzioni per convincere la gente a uscire di casa. Ora c’è già la tv 3D, e quindi il cinema troverà nuove idee, che so, il 4D, una maggiore personalizzazione. Ma resterà sempre cinema».

Qual è il suo rapporto col videogioco su cui è basata la serie?
«È un rapporto di collaborazione. Non sono schiavo del gioco, anche se il videogame incassa più soldi che i film, sebbene siano grandi successi commerciali. È logico che non uccido nei film personaggi importanti del videogioco, ma creativamente sono libero. È una relazione simbiotica. Se ci pensate, costa di più comperare il videogioco che vedere il film. Ma dopo il primo Resident le vendite del vidoegame sono aumentate».

L’eroina della serie è sua moglie. Quale è la vostra dinamica lavorativa?
«Non dividiamo casa e bottega. Milla è cresciuta nel business, e io ho sempre sognato di diventare un regista, fin dall'età di sette anni. Il cinema è diventato il business di famiglia, Milla ha persino disegnato i costumi di Alice, e la serie Resident Evil è la mia esperienza professionale più felice. Ci piace così tanto collaborare che abbiamo già girato un altro film assieme, I tre moschettieri, con Orlando Bloom e Christoph Waltz.

«Adoro lavorare con mio marito - conferma Milla - assieme giriamo film d’azione con mostri ed esplosioni e cose divertenti. È un lavoro estenuante, ma non stressante. Paul è un regista calmo, non urla mai, ingaggia i migliori professionisti e li lascia lavorare in pace. Sul set porto persino nostra figlia Ever, di tre anni, che sa già come comportarsi. Chiaramente l’abbiamo lasciata a casa i giorni in cui c’erano in giro gli zombie».

Cosa pensa del fatto che Alice è l’eroina di milioni di ragazzini?
«Penso che sia fantastico che a trentaquattro anni ogni teenager americano pensi che sia cool, anche se non sa pronunciare il mio nome. Ho la fortuna di interpretare un ruolo che la gente ama e che ama ritrovare periodicamente. Una specie di Steve McQueen o Clint Eastwood al femminile, come mi immagina mio marito quando mi dirige».