Residenti terrorizzati: «Sparavano a tutti potevano ucciderci»

«Cosa devo far vedere ai miei figli? Strade sbarrate e morti ammazzati? Li chiudo in casa i miei figli, ecco cosa faccio!». La signora bionda spalanca gli occhi incattiviti, inforca la bicicletta e se ne va. Ore 19, angolo tra via Paolo Sarpi e via Messina. Il cordone sanitario delimita la strada dove, un’ora e mezzo prima, le pallottole hanno fischiato tra le mura delle case e le auto parcheggiate. Sull’asfalto, crivellati di colpi e uccisi da due connazionali probabilmente coetanei, ci sono due ragazzi cinesi di 19 e 20 anni. Il più giovane faceva il cameriere in un ristorante, in zona lo conoscevano tutti, italiani e cinesi; l’altro era un suo amico: i carabinieri gli hanno trovato in tasca una foto che li ritrae insieme. Sorridono.
«Poteva finire male, poteva essere una tragedia» mormora in un italiano perfetto e mettendosi una mano davanti alla bocca come intimorita, una donna cinese che esce del negozio «Huarem alimentari» di via Messina. È lei che, quando è corsa in strada per vedere cosa fosse successo, si è trovata davanti al negozio i corpi crivellati di colpi dei due giovani cinesi. Dopo un po’ decide di aver parlato troppo, tira giù la saracinesca, comunica solo con i carabinieri. E forse è proprio lei che racconta ai militari come erano vestiti i killer. «Due ragazzi giovani, uno con la camicia bianca e l’altro con la maglietta a righe». Sono loro che hanno teso un agguato ai due morti che, in quel momento, si trovavano in un Internet point di via Aleardi, mettendoli in fuga, rincorrendoli per strada e, una volta giunti in via Messina, scaricando su di loro i caricatori delle loro pistole. Più tardi si saprà che qualcuno li ha notati camminare, poco dopo il delitto, in via Paolo Sarpi: impettiti e sbruffoni come piccoli boss.
«Ho visto di tutto da queste parti: accette e mazze da golf, machete, spranghe. Queste sono le armi con cui si picchiano le baby gang» racconta un 40enne italiano, residente in via Niccolini, che sembra molto informato. «Cosa le devo dire? Io le pistole, in mano a questi ragazzi, non le avevo mai notate - continua l’uomo -. Eppure si sa che le baby gang cinesi non scherzano! Sono molto violenti questi ragazzi... Oserei dire feroci. Li vedi in giro con i capelli raccolti in un codino, l’orecchino, qualcuno ha mèche colorate... Sarebbero adolescenti come gli altri se, dentro lo zainetto, non tenessero l’accetta o il coltello e non facessero rapine, estorsioni, omicidi... Ma non sono poveri, sa? Sono tutti figli di ricchi».
I carabinieri trovano dei tatuaggi sui cadaveri. «Uno aveva una tigre, quell’altro un millepiedi» spiega un militare. I simboli identificativi di queste spietate baby gang, gli Yuhu e Daxue? Difficile saperlo: a Chinatown l’omertà copre ogni cosa.