«La Residenza dell'Amore è stata un Viagra scultoreo»

Pittore sposato e con figli corteggia una maestra frigida: dopo sette anni d'inutile attesa, si vendica costruendo una villa in cui tutto parla di sesso

Si chiama Residenza dell'Amore. Il sogno di Antonio Baldassarre - pittore e scultore di buona fama, nato e residente a Ruffano (Lecce), da non confondere con l'omonimo presidente emerito della Corte costituzionale - è che a inaugurarla ufficialmente venga Silvio Berlusconi. Per il momento s'è dovuto accontentare del collaudo, affidato a un mitologico esperto del ramo, quel professor Enzo Capizzano, docente all'Università di Camerino, che una quindicina d'anni fa perse la cattedra e subì due processi per aver consumato e filmato ripetuti amplessi con le sue allieve su un divano di proprietà dell'ateneo, ciò che gli costò l'accusa di peculato in aggiunta a quelle di violenza carnale, corruzione e concussione. «L'ex docente è stato qui per qualche giorno, mio ospite. Però non ha avuto il coraggio di occupare la Stanza dell'Amore, gli metteva paura. Lo capisco: nemmeno io ho mai dormito lì. S'è accontentato del divano letto nella Stanza dell'Angelo».

Trovare la Residenza è come incontrare l'Amore: non è facile. Non ha indirizzo. Siamo in Puglia. Da Taurisano si prende per Miggiano, si lascia la strada provinciale 374 a circa metà percorso, si passa sotto un arco con la scritta «Villaggio Cardigliano» e si procede per meno di mezzo chilometro, fino a quando sull'asfalto non compare, tracciata alla buona con il pennello, l'indicazione «museo», che certo non rende l'idea della destinazione. Pochi metri di strada sterrata. Un muro e un cancello dipinti di rosa, un'iscrizione a grandi lettere. Inutile suonare il campanello. Questa casa è sempre vuota. Apre solo su invito o previo appuntamento telefonico. Una volta dentro il parco, abbellito da piscina, fontane, panchine, ponticelli, aiuole, e persino da un teatro all'aperto, s'intuisce perché: un tripudio di enormi sculture ed elementi architettonici tutti riconducibili a un unico tema, quello carnale. Statue di amanti avvinghiati. Blocchi di pietra leccese in cui figure umane si avviluppano in contorsionismi che neppure nel Kamasutra. Membri alti un paio di metri trasformati in fontane che indirizzano poderosi getti d'acqua in vulve di pari misura. Scene di fellatio. Satiri con il pene al posto del naso. Re e regine con diademi che recano incastonate aste virili anziché pietre preziose.

Dentro casa, è anche peggio (o meglio, dipende dai punti di vista). Gambe di tavolo che poggiano su testicoli. Affreschi di donne a seno nudo. Applique a forma di culo. Però alla fine si torna sempre al delirio monotematico che aleggia su tutta la Residenza dell'Amore. Falli a mosaico che occupano per il lungo i corridoi. Falli che arrivano a sfiorare il mento dei titolari. Falli che formano i bordi dei lavabi. Falli appendiabiti nelle camere. Falli appendiasciugamani in cucina. Falli portalampadine. Falli portacandele. Falli intarsiati nel legno dei mobili in luogo delle maniglie. E che di delirio si tratti lo conferma lo stesso autore: «Io, che per una vita avevo messo su tela solo paesaggi, mi sono ritrovato a scolpire e a dipingere scene di sesso selvaggio come mai avrei immaginato».

L'accesso di furore erotico si è manifestato all'improvviso nel 2001 e, lungi dall'esaurirsi, è proseguito per mesi e mesi, forse anni, tutti i giorni, dalle 7 alle 19. Fino a quando Baldassarre, completata l'opera, l'ha guardata nel suo insieme e ha avuto la netta sensazione che a realizzarla fosse stato un altro. Quella che si potrebbe classificare come una momentanea (ancorché prolungata) patologia onirico-psichiatrica trova un riscontro nella realtà: «L'amore per una pessima donna ha dato adito alla mia creatività». Traduzione: da sempre grande cacciatore di «fimmine», il maestro ne ha purtroppo incontrato una che non gliel'ha data e così, dopo sette anni d'inutile attesa, ha deciso di mandarla a quel paese e ha dato sfogo alla sua rabbia lapidea, consolandosi in questo modo.

Oggi Baldassarre fatica a recuperare la posizione eretta - «mi deve scusare se sto seduto, l'anca di titanio s'è lussata, sono reduce da 10 giorni di ricovero all'ospedale di Casarano» - ma non ha smarrito il buonumore. La confessione avviene in cucina, davanti ai familiari, che ormai a questo genere di racconti hanno fatto il callo, a giudicare dalle risate. Alba è la seconda moglie, sposata nel 1997 dopo 15 anni di convivenza. Brina è nata nel 1983 («la mattina di febbraio che venne al mondo nevicava, scrissi il suo nome sul vetro appannato della camera») ed è laureanda in architettura all'Università di Bari; Michele è nato nel 1986 e sta ultimando gli studi di ingegneria nel medesimo ateneo, ma è anche un fenomeno nella body percussion (suona con i denti) e nello snapping, candidato al Guinness World Records per 448 schiocchi di dita al minuto contro i 278 del campione in carica, lo svedese Jens Gudmandsen. Dalla prima moglie, sposata nel 1973, Baldassarre ha divorziato dopo 18 mesi: «Si rifiutava di rendermi padre perché sono emofiliaco. Temeva che nascesse una creatura con questa grave malattia ereditaria». Da allora ha avuto innumerevoli storie, a cominciare da quella con una veronese coniugata, che nel 1980 gli ha dato una figlia oggi abitante sul lago di Garda.

Quante storie, precisamente?

«Diciamo una ventina. Ne ho avuta una anche con Mina. Non la cantante: una malata ricoverata con me in ematologia a Castelfranco Veneto, dove il professor Agostino Traldi mi curava per l'emofilia». (La figlia: «Facciamo pure una quarantina. Da adolescente avrei voluto ucciderlo, con lui avevo un rapporto da odi et amo , per dirla con Catullo. Oggi mi rendo conto che per tutta la vita ha cercato l'amore». La moglie: «Ha sempre avuto questo bisogno di libertà»).

Fino all'incontro fatale.

«Dopo un anno di matrimonio, con Alba stavamo per lasciarci. Qui in paese ho conosciuto una maestra d'asilo. Aveva 10 anni meno di me. Inizialmente la Residenza dell'Amore doveva diventare il nostro pied-à-terre. Erano 6.000 metri quadrati di pietre. Piano piano mi sono tirato su tre camere, cucinotto e bagno. Tutto abusivo. E tutto inutile: abbiamo sempre e solo parlato in auto».

Ma senti.

«Mi ammirava, ma non godeva delle mie emozioni. Anaffettiva, ecco. Rifiutava qualsiasi attenzione e pretendeva sempre qualcosa. Diceva di cercare l'amore con la “a” maiuscola. E io gliel'ho scolpita nella pietra, una “A” enorme, che però ha visto solo in cartolina, perché ci siamo lasciati prima. In amore ci vuole coraggio. Se non ce l'hai, non devi metterti in ballo. Mia moglie l'ha avuto: mi è rimasta accanto».

Più rivista la maestra?

«In tribunale. L'ho querelata per lesioni e danneggiamenti. Aveva preso a calci sia me che la mia auto. È stata assolta».

Da allora ha più tradito sua moglie?

«Mai. Solo se capita l'occasione».

A che serve la Residenza dell'Amore?

«È stata un modo per sviarmi da un rapporto che mi ha procurato tanta pena. Finita l'opera, avevo paura a entrarci. Chissà che cosa dirà la gente, mi chiedevo».

E che cosa dice?

«“Ma perché non l'ha costruita da noi? A quest'ora sarebbe milionario”. Vengono da ogni dove: Svizzera, Francia, Germania, Inghilterra. Mi mandano persino gli auguri a Natale».

Da che cosa saranno attratti?

«Dalla curiosità. Non ci trovano nulla di volgare. Una professoressa di Firenze mi ha abbracciato, dicendomi: “Vivo in una città zeppa di opere d'arte, ma oggi qui mi sono sentita piccola piccola”».

Perbacco.

«Oddio, poi ci sono anche i visitatori sfacciati. Ieri era qui una comitiva di Brescia, 14 persone. Non le dico i commenti nella Stanza dell'Amore! Tutti a fotografarsi sul letto. Una donna, medico, ha improvvisato un discorso da lasciare allibiti su una delle mie vagine in pietra. Ho più tabù io, guardi. Tutti a suggerirmi aggiunte perverse: e perché non scolpisce questo, e perché non aggiunge quest'altro... Ma andate al diavolo!».

Come l'uomo a testa in giù, del quale si vedono solo i piedi, che ha infilato nella “A” coperta da una lastra di cristallo davanti al letto.

«Un buco nel pavimento, collegato agli inferi. L'amore t'innalza al settimo cielo o ti sprofonda nell'Ade. Non me la sono mai sentita di giacere in quel letto, legato al ricordo di un amore incompiuto».

Certo che le sue sculture sono imaginifiche anche nei nomi: 7 spose per 7 fratelli . È un patito del cinema?

«No, di sette vagine per sette falli».

Dal cinema alla letteratura: Paolo e Francesca in pietra leccese.

«Avvolti da un serpentone fallico».

Poi Giulietta e Romeo.

«Pure la boccia del veleno ha una forma fallica, con su scritto “elisir”: l'avessero preso, non sarebbero morti».

Dante e Beatrice.

«“Mi ritrovai a toccar la selva oscura”. Se il Sommo Poeta lo avesse fatto più spesso, non avrebbe smarrito la diritta via».

Lei si è raffigurato come un fauno.

«Mi sento un faunetto. Mi sento tutto. Un essere superiore, a volte inferiore».

Falli, sempre falli, fortissimamente falli. Ovunque: scolpiti, dipinti, a mosaico. Sembrerebbe un'ossessione.

«Niente che non si possa ammirare anche nei templi di Khajuraho, in India. Dei miei mosaici qualcuno ha scritto che gli ricordano Antoni Gaudí, quello della Sagrada Família di Barcellona».

E i suoi ritratti mi sembrano fatti da Lucian Freud.

«Non so chi sia».

Il nipote pittore di Sigmund Freud.

«Ah, lo psicoanalista. Sono un autodidatta, nato da poveri contadini che hanno avuto tre figli, di cui due emofiliaci. Ho frequentato più gli ospedali che le scuole. La quarta e la quinta elementare le ho fatte alle serali. Mio padre non mi comperava le tele e i colori, perché costavano troppo ed era convinto che non sarei mai riuscito a vendere un mio quadro».

Invidia Rocco Siffredi, confessi.

«L'unica cosa che potrei invidiargli è Amandha Fox, una pornostar polacca che è venuta a posare per un servizio fotografico nella Residenza dell'Amore».

La gente di Ruffano che pensa della sua casetta piccolina in Canadà?

«Niente. Silenzio assordante. Sono un tabù per l'intero Salento. Pensi che mi ero offerto per realizzare gratis le vetrate della nuova chiesa di Santa Chiara. “Ti fai avanti perché vuoi redimerti?”, mi ha chiesto il parroco, don Rocco Maglie. Nonostante sia mio amico, ha preferito affidare il lavoro ad altri».

Glielo chiedo anch'io: vuol redimersi?

«La sofferenza mi ha portato all'ateismo. Ho trascorso tutta l'infanzia a letto. Tenevo i santini di Sant'Antonio e San Rocco sotto il cuscino, pregandoli di far cessare i dolori. Non è accaduto nulla. E io ho smesso di credere».

Ma c'è un'età per la pace dei sensi?

«Credo di sì. Ci si mette più tranquilli, non si va più in cerca. Ma, se capita di avvicinare una donna, è preferibile».

Dunque, lei non l'ha raggiunta.

«Non direi. Ho appena 64 anni».

Ha bisogno di aiutini?

«Ci mancherebbe! Il Viagra non potrei neppure prenderlo. Sono le mie gambe che non si comportano a dovere».

Ha mai pagato per avere una donna?

«Da queste parti si dice: “Se non paghi a orzo, paghi a grano”. Quadri, anelli, spille... Sa, ho fatto anche lo scultore orafo».

E sua moglie e i suoi figli tacciono.

«Perdonano le mie marachelle. Sono romantico e passionale, mi butto con ardore in ogni impresa. L'anno scorso ho rifiutato l'intervento chirurgico all'anca perché dovevo aggiungere il labirinto di siepi alla Residenza dell'Amore».

Sarebbe contento se sua figlia ogni sera si concedesse a uomini diversi?

«Affari suoi. Be', proprio contento non credo. Sono molto geloso». (La figlia: «Dovrebbe sentirlo quando esco di casa la sera: “Ma dove vai? Ma con chi vai? Ma sono tutti maschi?”»).

Quello che va bene per il padre non va bene per la figlia. Che razza di morale è?

«Io mi sono praticato per le donne. Ma non vorrei che Brina avesse a soffrirne. L'amore è una cosa seria, bisogna starci attenti».

Due dei dieci comandamenti dati a Mosè sul Sinai riguardano divieti di natura sessuale. Saprebbe dirmi perché?

«Un fatto di ordine pubblico. Le disgrazie dell'umanità, a partire dalla guerra di Troia, nascono dal desiderio».

Ma che cos'è per lei l'amore?

«Qualcosa di fantastico, di soprannaturale, da maneggiare con ogni cura. L'amore è divino. Anche se non credo in Dio, mi pare l'unico aggettivo possibile per dare il senso della grandezza di questo sentimento».

Non pensa che le pene d'amore siano peggio delle malattie?

«Altroché! Per alcune donne ho pure pianto. Ma ho sempre cercato di consolarmi in fretta».

(720. Continua)

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it