La resistenza di Alberto il "presunto colpevole"

Garlasco (Pavia) - Sulla scacchiera dell’inchiesta i pezzi vengono spostati con esasperante lentezza. Nessuno ha fretta, nè il Pm nè il Gip che si riserva la decisione. Vorrebbe accelerare solo lui, Alberto Stasi, ma deve pazientare: «Voglio solo andare a casa», aveva detto nei giorni scorsi, puntellando con la baldanza la propria inquietudine. Gli tocca aspettare. E attrezzarsi per la terza notte in cella, in attesa del verdetto.

Se intorno all’indagine si combatte anche una guerra dei nervi, questo per Alberto è un momento difficilissimo. Il desiderio di tornare alla normalità convive con la paura di essere parcheggiato in cella per settimane.

Alle 10.30 si apre l’udienza di convalida del fermo. Un’ora di discussione e di domande: poi il futuro prossimo dell’indagato viene affidato a Giulia Pravon.

E’ un momento drammatico, ma non deve essere agevole, dopo questo tour de force, nemmeno l’incontro con i genitori: il primo abbraccio, dopo le manette. Gli portano alcuni libri, provano a consolarlo, gli chiedono com’è andata, le sue impressioni come fosse un giorno di scuola. Tutti quelli che hanno incontrato Stasi in carcere lo descrivono grintoso, determinato, decisissimo a non lasciarsi travolgere dagli avvenimenti, anche se il suo viso porta tutti i segni della stanchezza e trasmette tutta l’angoscia di questa difficilissima partita. Si può immaginare che Alberto abbia a sua volta rincuorato il padre Nicola e la madre Elisabetta, cercando di non far trapelare le proprie paure e le proprie debolezze.

Nel primo pomeriggio i coniugi, tesissimi, sono nel loro negozio di autoricambi alla periferia di Garlasco. Lavorano, servono i clienti, entrano e escono dagli uffici. Ad un certo punto vengono raggiunti da uno dei collaboratori dell’avvocato Giuseppe Colli e discutono sotto la pioggia per alcuni minuti. Ma quando all’orizzonte scorgono un gruppetto di giornalisti, quasi perdono la pazienza. «Andate via», dice lui e la moglie, una maschera di sofferenza, accompagna quelle parole con un gesto eloquente della mano.

Il giorno dell’attesa, visto dalla parte degli Stasi, dev’essere pesantissimo. Quasi insopportabile. E invece nel pomeriggio si capisce che quel limbo, compreso fra la richiesta del Pm e la decisione del giudice, si allungherà oltre la notte. Solo stamattina verrà sciolta la riserva. Ciascuno dei protagonisti è solo con i propri pensieri.

«Sono preoccupato che non mi credano», aveva ammesso Alberto fra un colloquio e l’altro. Adesso deve sorvegliare in perfetta solitudine quell’incertezza: chiuso in quella cella che, banale a dirsi, ora ora dopo ora è sempre più una prigione. Soli, in un clima di sospensione, si fanno compagnia anche anche papà e mamma. Muti, come non avessero la bocca, i difensori: rocciosi nel confronto con l’accusa, silenziosissimi fuori dalle aule canoniche.

Nemmeno don Florindo, il cappellano che porta la misericordia fra i quasi quattrocento detenuti del carcere di Piccolini, può confortare Alberto. «Non l’ho visto, oggi non gli ho parlato», taglia corto affrontando i cronisti prima di celebrare la messa nella chiesa della frazione di cui è parroco.

Non resta che attendere. E cominciare a fare i conti con un tormento che rischia di durare assai a lungo. E allora chi ha sofferto e soffre, cerca di fare un passo indietro: «Non credo che diremo più nulla - sono le parole di Giuseppe Poggi, il padre di Chiara - sia che Alberto resti in carcere sia che gli venga concessa la libertà».