La Resistenza di Bocca alla verità

Bocca è stato ed è tutto ed il contrario di tutto. Fascistissimo, razzista, antisemita conclamato, poi antifascista, giellista, partigiano. Azionista, poi di area socialista, infine forcaiolo e demonizzatore dei socialisti e di Bettino Craxi. Quando De Benedetti acquistò Repubblica, Bocca obiettò e criticò, poi si mise in fila, zitto e mosca, allineato e coperto. Con Berlusconi all’inizio fu così aperto, amichevole e disponibile da trovare subito lavoro ben remunerato presso le Tv del Cavaliere; quindi, non sapendo fare il mestiere di commentatore televisivo e pur continuando a guadagnare con la Mondadori, visse malissimo il suo flop: da allora cominciò a scagliarsi contro Berlusconi, in un crescendo di rancore, sino ad augurargli ogni sciagura, finanche di finire appeso a piazzale Loreto.
Il livore non è acqua e sempre ritorna. Adesso, aggredisce Giampaolo Pansa, che ha il merito dell'onestà intellettuale, sino al punto d'aver utilizzato e sdoganato un'ampia bibliografia rimasta sempre ai margini e semisconosciuta. I libri di Pansa, insomma, non sono importanti per i fatti che raccontano, già noti agli storici e descritti da decine di corposissimi saggi - centinaia e centinaia di titoli -, ma perché quelle verità son fatte proprie da uno scrittore notoriamente di sinistra e, perciò - potenza dell'egemonia culturale - finalmente trasmissibili e trasmesse al grande pubblico.
Ed è proprio il successo dei libri di Pansa che fa infuriare Bocca, il quale, a parte la rosicante invidia d'autore, la pensa esattamente come Umberto Terracini riguardo alle verità storiche da tenere riservate. Terracini, infatti, il 30 ottobre 1975, scrisse al redivivo tiburtino Dante Corneli (20 anni di gulag e deportazione in Siberia) una lettera di congratulazioni per le rivelazioni sulle vittime italiane del togliattismo: «...i tuoi scritti restano in brevi cerchie concluse. Ma penso che tu abbia adottato e prosegui questo metodo perché non vuoi che la tua opera venga sfruttata dalla solita immonda canaglia contro il partito e il movimento operaio. E te ne faccio grande merito».
In verità, Corneli era costretto a pubblicare i libri a sue spese, perché i grandi editori allora li rifiutarono seccamente. Del resto, che Bocca sia in perfetta malafede, quando augura a Pansa addirittura di finire in galera, lo si evince proprio da un suo eloquente scritto sulla bestiale ferocia dei partigiani comunisti. Fu proprio il partigiano Bocca, impressionato dalla barbarie dei partigiani della Garibaldi, ad inviare, nel 1944, la seguente relazione al Comando regionale di Giustizia e Libertà: «Coi Garibaldini i rapporti sono per ora buoni. Sono dispostissimi a sottostare alle norme del Cln. Sono però delle delizie. Il trattare con il loro capo Rocca è cosa deliziosa. Appena mi ha conosciuto subito dopo le presentazioni, così, per complimento, mi ha detto che finirà per rompermi una gamba, quindi in macchina mi ha puntato l'arma sulla pancia, dicendomi: ora siamo soli ed aggiustiamo i conti. Recitava così bene o forse la frase rispondeva talmente al suo desiderio che irresistibilmente la mia mano destra senza che me ne accorgessi aveva tolto la sicurezza alla pistola. Questo Rocca è quello che uccide personalmente i fascisti a colpi di pala squartandoli...». (cfr. Aldo Alessandro Mola, Giellisti, Documenti, Cuneo 1997).
Il comunista Giovanni Rocca, quello che squartava i fascisti a colpi di pala, non ebbe mai problemi, proprio perché le sue «gesta» rimasero dentro «brevi cerchie concluse». Assai prima di Pansa, dunque, Bocca conobbe, e per esperienza diretta, la faccia brutale e criminale della Resistenza comunista. Il problema di Bocca, a parte l'invidia, è l'omertà.