La «resistenza» irachena vuole Prodi premier

Il verde Cento: anche il senatore per il ritiro. Ma Rutelli e Fassino frenano: «La missione cambi natura»

Emanuela Fontana

da Roma

«Apprezziamo le parole di Romano Prodi. Sono parole intelligenti. Sicuramente vincerà le elezioni. La resistenza irachena saluta con soddisfazione le affermazioni di colui che è considerato il prossimo premier di un Paese a noi caro come l’Italia». Così dichiara al Giornale Awni Al Kalemji, portavoce della «Iraqi Patriotic Aliance», la resistenza irachena. Iracheno di Bagdad, fuggito dall’Irak durante il regime di Saddam Hussein ma antiamericano dalla prima guerra del ’91, anno in cui ha fondato la Patriotic Alliance, in una intervista al sito italiano iraqlibero, due anni fa, Al Kalemji aveva detto: «Oggi, nonostante abbia superato di parecchio i sessant'anni, mi trovo di nuovo in una posizione in cui non posso starmene con le mani in mano. Devo fare tutto ciò che posso per combattere gli invasori americani, fino a morire oppure a vederli fuori dal mio Paese». Un «resistente» senza peli sulla lingua, insomma, che nella stessa intervista precisava il modus operandi della resistenza: «Noi non prendiamo di mira i civili, ma solo obiettivi militari. Può succedere però che nell’operazione dei civili vengano coinvolti accidentalmente e perdano la vita, ma non è nostra intenzione uccidere innocenti».
Le parole del leader dell’Unione, commenta quindi il portavoce internazionale dell’Alleanza patriottica irachena, «sono il risultato dei successi della resistenza irachena, che avendo messo gli americani sulla difensiva, ha conquistato sul campo la sua legittimità politica, dato che quella formale è assicurata dalla stessa Carta delle Nazioni Unite e da tutte le convenzioni internazionali».
Con Al Kalemji, sono soddisfatti delle parole di Prodi anche i comitati italiani «di appoggio alla resistenza irachena», come per esempio il campo antimperialista, che subito dopo lo scoppio della guerra del 2003 aveva avviato una colletta «dieci euro per la resistenza irachena» per sostenere la guerra contro «gli invasori». «Che Dio faccia vincere Prodi», ha commentato in una recente intervista un esponente dell’Islam moderato, il segretario dell’Unione delle comunità islamiche in Italia, Hamza Roberto Piccardo.
Ma la soddisfazione è ancora più grande per i sostenitori tradizionali della «guerra all’occupazione». «Quelle di Prodi sono parole sante - commenta Pasquinelli, leader del campo antimperialista al Giornale -. Le più belle negli ultimi quindici anni. La resistenza irachena non può che salutare positivamente l’eventuale ritiro italiano, e ne terrà certo conto dopo la sua vittoria. Se dovessimo giudicare la coalizione dell’Ulivo dalle coraggiose dichiarazioni di pace di Prodi lo voteremmo senza esitazione».
Awni Al Kalemji conferma le impressioni dei «resistenti» italiani: «L’intero popolo iracheno - spiega al Giornale - apprezza che un leader politico europeo per la prima volta ammetta il fatto che truppe straniere presenti in Irak siano truppe di occupazione. Il suo annuncio che ritirerà queste truppe di occupazione è molto intelligente e vincerà le elezioni». Al Kalemji chiarisce quindi: le parole del leader dell’Unione sono «il desiderio degli italiani e delle persone del mondo, ossia che l’America e gli alleati ritirino immediatamente e incondizionatamente le loro truppe di occupazione illegittime e illegali. Ma è molto importante - avverte il portavoce della Iraqi Patriot Alliance - che le parole divengano fatti e che il ritiro sia realmente avviato. Speriamo che Prodi, una volta premier, tenga fede alla sua promessa e che l’Italia ritorni a essere un Paese amico della Nazione araba».
Alla domanda se la «resistenza irachena» gradirebbe un cambio nella politica italiana, Al Khalemji risponde: «Ovviamente sì, ma non sta a noi mettere il naso negli affari interni dell’Italia. Le ingerenze le lasciamo agli Stati Uniti». E a proposito degli Usa ricorda: «Fino a quando Bush occuperà il nostro Paese noi abbiamo il diritto di lottare per ripristinare la nostra sovranità popolare».
Prodi è avvertito: se andrà al governo, il ritiro dovrà essere reale. Pasquinelli su questo è scettico: «La coalizione capeggiata dal Professore è piena zeppa di servi degli americani e degli israeliani e siamo sicuri che avranno i posti chiave nel prossimo governo. Adesso, in vista delle elezioni, lo lasciano fare per prendere voti, poi gli metteranno le manette».
La presenza italiana in Irak non è legata al rischio attentati in Italia, precisa però Al Kalemji: «La resistenza irachena opera in Irak, si batte per cacciare gli eserciti invasori. Non è nell’interesse del popolo dell’Irak uccidere civili innocenti, né considerare l’Europa teatro di guerra». «Deprechiamo» gli attentati di Londra, dice Al Kalemji, e ricorda «il massacro di civili innocenti a Falluja: sappiamo cos’è il terrore. Siamo decisi a cacciare questi criminali di guerra dal nostro Paese, anche per questo non combattiamo come loro e non ci faremo accecare dall’odio».
Tornando a Prodi, le parole del leader dell’Unione sono «uno smacco per il partito italiano bipartisan di casa nostra - valuta il leader del campo antimperialista - che considera l’Europa provincia degli Usa. Quando l’Italia lascerà in pace l’Irak sarà a sua volta lasciata in pace. Quando Roma non fiancheggerà più Israele si assicurerà l’eterna amicizia del popolo arabo, anche delle sue componenti più radicali».