Dentro il respiro della città che sale

Il fascino che i paesaggi urbani esercitarono su futuristi, cubisti ed espressionisti torna in una rassegna alla Galleria d’arte moderna di Torino

Oggi la città è un luogo da cui si cerca di scappare. Traffico, inquinamento e marasmi quotidiani l’hanno resa un posto in cui una persona, per sue circostanze privatissime, può anche trovarsi bene, ma che in generale non piace a nessuno. Tanto che fine settimana, ponti e vacanze trasformano le tangenziali cittadine in carovane di eserciti in fuga.
Ma agli inizi del Novecento non era così. Ci raccontava lo scultore Agenore Fabbri (classe 1911) che da giovane ogni domenica percorreva sei chilometri a piedi per andare da Barba, dove abitava, a Pistoia. E Pistoia, a lui che veniva dalla campagna, sembrava un sogno di vitalità, di modernità, di futuro. Se Pistoia produceva quell’effetto, figuriamoci che emozione dovevano suscitare agli inizi del secolo, in un’Europa tutto sommato contadina, le grandi città: Parigi, che era chiamata addirittura la Città-luce, Londra, e, in fondo, anche Milano. Erano insieme un mito e una realtà: anzi, più l'uno che l’altra. La città, in latino civitas, è sempre stata collegata a una nozione di civiltà. Nell’età delle avanguardie, però, veniva collegata al «nuovo tempo industriale», le cui magnifiche sorti e progressive non avevano bisogno di essere teorizzate. Erano già lì, da vedere e da toccare.
Una favorevole occasione per ripensare a questi temi è la mostra «Metropolis. La città nell’immaginario delle Avanguardie 1910-1920», a cura di Maria Grazia Messina e Mimita Lamberti, aperta alla Galleria d’Arte Moderna di Torino: una solida rassegna di circa 130 opere che unisce la spettacolarità, con prestiti da musei di tutto il mondo, a una capacità di approfondimento come oggi raramente accade.
Naturalmente la mostra, pur iniziando con alcuni paesaggi urbani di Bonnard, prende sostanzialmente le mosse dal futurismo, che incentrava la sua poetica sulla vita moderna, la velocità, la macchina, e quindi la città.
Noi, scriveva Marinetti nel Manifesto del futurismo, pubblicato quasi un secolo fa, sabato 20 febbraio 1909, sul quotidiano parigino Le Figaro (pubblicato, sia detto per inciso, in prima pagina, il che dà la misura dell’importanza che a Parigi si attribuiva alla cultura e all’arte. Ve la immaginate, oggi, non la notizia del furto di un capolavoro o del record di una quotazione d’asta, ma proprio una dichiarazione di poetica, per di più lunghetta e roboante, accanto ai titoli di testa di un quotidiano?); noi, scriveva dunque Marinetti, che allora aveva poco più di trent’anni, canteremo le folle agitate dal lavoro, le maree multicolori delle rivoluzioni nelle capitali moderne, il fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, le stazioni ingorde, i ponti che scavalcano i fiumi...
A raccogliere questo euforico programma c’erano Boccioni, Carrà, Severini, tutti ben documentati in mostra. Di Boccioni, tra l’altro, sono esposti due studi preparatori della Città che sale, dipinta nel 1910 quando l’artista abitava a Milano in via Adige 23, allora una zona di estrema periferia, che era diventata un vero cantiere dopo che in piazza Trento era stata impiantata una centrale termoelettrica. (Chi, fra i lettori milanesi, volesse vedere la sua casa, sappia che esiste ancora, e che lì, e nella via, si individua ancora qualche particolare dipinto dall’artista).
Di Boccioni è poi in mostra una rarità da non perdere: Le forze di una strada, ispirata sempre alle vie di Milano, ma ora conservata a Osaka. Emblematico è anche Ciò che mi ha detto il tram di Carrà, che rappresenta uno dei tramway che allora passavano per piazza del Duomo. È emblematico perché Carrà, in quegli anni, dipinge più volte la piazza milanese, e sempre, ostinatamente, si rifiuta di rappresentare la cattedrale. Il suo interesse non va alle immobili guglie gotiche, ma appunto ai tram in movimento che, sobbalzando e sferragliando, vanno verso il futuro.
La mostra, peraltro, non si ferma al futurismo, ma esplora tutto il mondo delle avanguardie, dal cubismo all’orfismo all’espressionismo. Ecco per esempio Delaunay, che nel suo Omaggio a Bleriot celebra la temeraria traversata della Manica, compiuta dall’inventore, costruttore e pilota Louis Blériot nell’estate del 1909. La prima versione dell’Omaggio, esposta in mostra, è ispirata a un decollo aereo, osservato nell’aerodromo aperto dallo stesso Blériot a Buc-sur-Yvette, presso Versailles, dove Delaunay si recava spesso. Ricorda sua moglie Sonia: «Arrivavamo a piedi, come i pellegrini di una volta. Lui era entusiasta dei voli. E nel quadro ha espresso una cosa nuova: il movimento della luce. Non ha descritto la partenza di un certo aereo, o un fatto storico, ma il volo di un aereo nella luce».

LA MOSTRA
Metropolis. La città nell’immaginario delle avanguardie 1910-1920.
Alla Gam di Torino fino al 4 giugno