«La responsabilità dei giudici non è più tabù»

«Al Paese serve una grande conferenza nazionale sulla Giustizia»

Stefano Zurlo

da Milano

Ha letto l’intervista di Gerardo D’Ambrosio al Giornale. La condivide. E prova a fare un passo ancora in avanti: «Sulla giustizia dobbiamo collaborare con riforme condivise da tutti, dal centrosinistra e dal centrodestra: dobbiamo recuperare efficienza sui tempi dei processi, civili e penali; dobbiamo metterci al servizio del cittadino senza farci condizionare dalle lobby degli imputati, dei giudici, degli avvocati».
Prove tecniche di larghe intese su uno dei campi di battaglia della passata legislatura. Pierluigi Mantini, avvocato amministrativista, docente universitario al Politecnico di Milano e deputato della Margherita, segue la linea tracciata dal neosenatore dei Ds ed ex coordinatore del pool Mani Pulite che col Giornale era stato chiaro: «Sono sicuro che si possa trovare un accordo sulle riforme. Le leggi approvate nella passata legislatura andranno esaminate a una a una ma non costituiscono una priorità». Mantini cerca anzi di entrare nei contenuti, sagomando come mattoni gli argomenti da inserire in una possibile agenda comune.
Professor Mantini, cosa farà il centrosinistra? Azzererà tutto quello che è stato fatto dalla Casa delle libertà?
«Ci saranno ritocchi».
Ritocchi?
«Dobbiamo rivedere il falso in bilancio prevedendo sanzioni più severe, peraltro già disegnate nella nuova normativa sul risparmio».
Poi?
«Rivedremo la legge sulle rogatorie, quella sul legittimo sospetto, metteremo mano al concorsificio previsto dal nuovo ordinamento giudiziario. Ma non abbiamo bisogno di rivoluzioni, non tutte le cose firmate dal ministro Roberto Castelli devono essere abrogate, non vedo scontri di civiltà all’orizzonte. Spero proprio che non passeremo i prossimi cinque anni a metterci le dita negli occhi. Del resto...».
Del resto?
«Del resto mi rendo conto che alcune norme volute nella precedente legislatura hanno innalzato le garanzie per i forti, le hanno rese meno certe per i deboli. Ma alcuni esiti processuali sono ormai ineliminabili».
Non si può tornare indietro?
«Chi ha avuto ha avuto...».
Meglio preparare il domani?
«Appunto. Io ho in testa due grandi priorità».
Quali?
«Noi ereditiamo una situazione difficilissima sul versante dell’efficienza. Processi lunghissimi, nel penale, nel civile e nell’amministrativo, con condanne un giorno sì e l’altro pure del nostro sistema, processi che finiscono in prescrizione, migliaia di detenuti in attesa di giudizio. Dobbiamo darci parametri europei accorciando i tempi, oggi intollerabili, delle cause. E dobbiamo mettere mano a molti strumenti».
Il catalogo delle proposte?
«Penso ai riti alternativi e agli arbitrati nel civile, penso alla depenalizzazione su larga scala, anche tenendo conto di quanto di buono è stato fatto dalla Commissione Nordio che ha lavorato per scrivere il nuovo codice penale. E ha puntato sulla trasformazione di molti reati in illeciti di tipo amministrativo: multe, per intenderci».
Andiamo avanti: che cosa scrivere nelle prime pagine dell’agenda?
«Dobbiamo disegnare una giustizia al servizio del cittadino».
Fuori dai luoghi comuni?
Non dobbiamo lasciarci condizionare dalle lobby: la lobby degli imputati, la lobby degli avvocati, la lobby dei giudici. Sia chiaro: per noi non esistono tabù».
Davvero?
«No. Nemmeno il tema dell’effettiva responsabilità civile dei giudici».
Introdotta con un referendum popolare negli anni Ottanta e rimasta di fatto lettera morta.
«Sono d’accordo. Il giudice che sbaglia, che commette errore grave, deve rispondere di quel che fa».
Lei nei giorni scorsi ha lanciato l’idea di una grande conferenza nazionale sulla giustizia.
«Certo. Un appuntamento cui dovrebbero partecipare, secondo me, tutti i partiti e tutti gli operatori per avviare la riflessione. Poi saranno le commissioni giustizia di Camera e Senato i laboratori del dialogo e, spero, di politiche condivise. Il Paese non può aspettare. L’elenco delle cose da fare è lungo e appassionante. C’è un altro capitolo che mi sta a cuore e su cui abbiamo già raggiunto un alto grado di convergenza con la destra: è la riforma delle professioni, decisiva per la modernizzazione dell’Italia».