È ressa alle urne. Del Perù

Daniele Petraroli

In molti ieri mattina, passando per piazza Trasimeno, nel cuore del quartiere Trieste, hanno avuto la sensazione di essere tornati al 13 maggio 2001. A quando, causa la pessima organizzazione del voto, ai seggi vi erano lunghissime code. Alle 10, infatti, in attesa di mettere la X sulla scheda davanti al «Giulio Cesare» vi erano circa 10 mila persone. Una marea umana disordinata e chiassosa e nessuno controllo all’esterno. Vi chiederete come sia possibile che tanti romani si siano svegliati di buon'ora, per di più in una assolata domenica, per fare il proprio dovere civico. Semplice, non si trattava di romani ma di peruviani. Sì, per una coincidenza anche il Perù ieri si è recato alle urne per scegliere il proprio presidente della Repubblica e rinnovare il Parlamento e, di conseguenza, seggi sono stati istallati anche all’estero per permettere agli emigrati di votare. Quello del Giulio Cesare, poi, era l'unico di tutta l’Italia centrale. Risultato: un caos spaventoso e traffico impazzito in tutta la zona per ore. «Era un evento ampiamente prevedibile eppure è stato gestito con grande approssimazione - si è lamentato il segretario aggiunto della Cisl della polizia municipale Gabriele Di Bella che si trovava in pattuglia nella zona -. Come al solito ci siamo trovati in prima linea. Anche per avere bagni chimici è stato un problema. Siamo dovuti intervenire con tre pattuglie lasciando scoperte altre zone del municipio». Solo alle 13 le due grandi code, una da proveniente da via Selenico, l’altra che passava da via Malta e da piazza Trento, sono state regolate con transenne e la situazione è andata migliorando. Eppure la grande affluenza non era affatto inaspettata. Il voto nel paese sudamericano, infatti, è obbligatorio. Chi diserta le urne è costretto a pagare 35 euro di multa, pena la mancata possibilità di avere documenti da parte delle istituzioni. Il consolato del Perù ha provato in tutti i modi ad allertare questura e istituzioni ma si è sottovalutato l'evento. In coda, intanto, i peruviani hanno preso con filosofia i disagi e, anzi, ne hanno approfittato per trasformare piazza Trasimeno in un immenso happening all’aria aperta. Birre, tovaglie e cibo tradizionale per picnic improvvisati. «Anche da noi l’organizzazione delle elezioni è così così», spiega Margherita, da 30 badante nel nostro Paese. La politica peruviana non è granché sentita. «Siamo così tanti per non pagare la multa», le parole di Milagro, che vota anche per le nostre elezioni politiche visto che ha sposato un italiano.
In linea di massima, però, sostengono la candidata del centrodestra Lourdes Flores. Perché è donna, e la stragrande maggioranza degli immigrati peruviani è di sesso femminile, e per paura del grande favorito, il marxista-nazionalista Ollanta Humala che, pare, renderà più difficile lasciare il paese a chi vuole emigrare. Sulla politica di casa nostra, invece, hanno le idee chiare e battibeccano addirittura tra loro. Maribel preferisce Prodi («La legge Bossi-Fini ha complicato la nostra vita»), Rosa è per Berlusconi («Non bisogna sostenere il comunismo, in Perù ha fatto tanti danni»). Prossimo round a inizio maggio, quando ci sarà il ballottaggio, ma Carlos Quiroz guarda oltre. «Mi presento come consigliere aggiunto in Comune. Dopo 15 anni, ormai mi sento un po’ italiano».