«Resta sempre una città operaia che dà il comunismo per scontato»

L’economista: «Gli ex Pci torinesi abili a mimetizzarsi. E alla fine ci si abitua»

Paolo Del Debbio

Sergio Ricossa è liberale da sempre. Lo era quando non lo era nessuno. Lo è oggi quando, in molti, a parole, dicono di esserlo. Lo fu negli anni Settanta a Torino: era anche un pericolo fisico. Erano in pochi. Si contavano sulle dita di una mano e qualcuno, quella mano, l’avrebbe anche mozzata volentieri. Ma come ha raccontato lui da qualche parte venendo da condizioni sociali non particolarmente agiate la sua fede liberale è stata sempre pura e non è mai stata inquinata da quella invidia sociale che, spesso, è alla radice di molte scelte teoriche e pratiche anticapitaliste. Abbiamo voluto parlare con lui della sua città, Torino, che dopo queste elezioni amministrative è la città più rossa d’Italia.
Professor Ricossa che effetto fa per un liberista come lei stare nella città più rossa d’Italia?
«Un po’ ci siamo abituati. Abbiamo un sindaco ex comunista da tanto tempo e che è stato anche rieletto. Del resto a Torino di sindaci comunisti ne abbiamo avuti molti. Più di quelli democristiani. E alla fine si fa un po’ l’abitudine a tutto. Quasi non ci facciamo più caso».
Ma ci sarà pure un segreto di tutto questo, ci sarà un motivo?
«Torino è stata sempre una città operaia, anche oggi è più operaia che terziaria e ha una tradizione comunista che Milano, ad esempio, non ha. Qui il comunismo non è sopportato, è dato per scontato».
Ma cosa fanno per essere così ben accolti, Professore?
«I comunisti torinesi sono mimetici. La loro straordinaria capacità di mimetismo rende la cittadinanza tollerante e induce molti a una specie di sonnolenza perpetua. Anche il povero Buttiglione ci poteva fare poco».
È sempre stato così?
«Qui c’è una società che è stata fredda sempre anche verso il fascismo. Ricordo che quando Benito Mussolini veniva a Torino e andava a visitare Mirafiori era accolto con estrema freddezza. Non era riuscito qui a creare un seguito popolare e a infiammare la massa. Quindi non stiamo parlando di qualcosa di recente, di improvvisato, ma di qualcosa che ha radici profonde e che, in qualche modo, ha resistito anche a una dittatura».
Tutto questo vale dalla parte della città, della sua tradizione. Ma la dirigenza di sinistra ha qualche ricetta, ha secondo lei qualche segreto?
«Anche in questo caso non c’è nulla di nuovo. Dopo la morte degli Agnelli, comunque, la Fiat ha mantenuto un ruolo centrale e i postcomunisti o gli ex comunisti sono coloro che tengono il bandolo della matassa dei rapporti tra la città e la Fiat».
Ma è una rete a maglie così strette da creare addirittura il 66,6 per cento dei consensi?
«Quando c’era la crisi della Fiat tutto era più difficile e senza una ripresa della Fiat la città sembrava morta. Ora sembra che ci sia una ripresa e la popolazione lega questa ripresa anche alla sua amministrazione. Le cose vanno di pari passo. Come da sempre».
Sempre da quando?
«Valletta è stato un campione in questo senso. Certamente non era un liberale ma, semmai, un vero e proprio populista. Non c’è mai stata grande separazione tra la vita dell’industria e la vita della popolazione, qui a Torino. In Valletta tutto questo assumeva anche la forma di un paternalismo padronale nei confronti degli operai. Ci teneva a farsi sentire come un padre. Premiava i figli degli operai che andavano bene a scuola. Organizzava colonie per i bambini. Per imbonirsi la parte cattolica organizzava anche i pellegrinaggi nei vari luoghi religiosi. Era un vero e proprio progetto di dominio della società da parte dell’industria, una specie di egemonia culturale e industriale».
E lei professor Ricossa a Torino ha avuto spazio, ha potuto fare delle cose?
«È stata sempre molto dura. Mi occupai dell’Associazione industriali, dell’Ufficio studi ma alla fine dovetti lasciare, avevo idee un po’ troppo aperte sul mercato non erano gradite. Lo stesso accadde quando dovetti lasciare La Stampa e lì capii che non c’era più strada. Per continuare a scrivere dovetti passare a Milano, e iniziai a scrivere per Il Giornale».
Secondo lei non c’è niente da fare? Il centrodestra ha sbagliato? Perché Rocco Buttiglione ha preso solo il 29,4 per cento?
«Non me la sento di dare consigli a nessuno. Certamente non è facile cambiare la testa ai torinesi. Dopo di che c’è anche da dire che seppure il professor Buttiglione continuasse a dire in campagna elettorale che aveva radici torinesi in realtà queste radici non erano avvertite dalla popolazione e lui è stato avvertito come un democristiano che non offriva una grande alternativa a Chiamparino».
Scusi, professore ma perché questa città sonnolenta, insensibile agli stimoli, che lei ci descrive, nell’86 scese in piazza nella marcia contro le tasse? Come fu possibile?
«Tutto iniziò da un certo signor Gaddi che pubblicava una specie di bollettino che si chiamava ControStampa con la esse maiuscola, cioè proprio contro il giornale di Torino, dove convergevano la Fiat da una parte e la sinistra dall’altra. Questo signore riuscì con la costanza a suscitare una specie di autocoscienza della città e di ribellione. Ci volle tutta la pazienza del Gaddi. Alla testa della marcia eravamo io, Antonio Martino e il professor Marongiu che poi, se non sbaglio, è stato sottosegretario in un governo di centrosinistra. C’erano quasi quarantamila persone ma poi nessuno gli dette seguito e tutto morì. Fu un’occasione straordinaria, chissà se sarebbe ancora possibile... ».
Qualcuno vi dette retta sulla stampa?
Ci seguì con attenzione, ci appoggiò, Piero Ostellino dal Corriere della Sera. Nessun altro. La Stampa fu totalmente contro di noi. Non solo non ci appoggiò, non solo non ci dedicò spazio, ma ci osteggiò fino all’ostrascismo. D’altra parte la vita di un liberista non è mai semplice perché quando è semplice, probabilmente, quello non è un liberista».