Restare chiusi in ascensore per un weekend

Il surreale «Xanax» di Angelo Longoni interpretato dal duo Baraldi-Bognetti

Sergio Rame

Due personaggi, un ascensore. Un claustrofobico fine settimana senza mattina, senza pomeriggio, senza sera. Uno psicoviaggio dentro alle inquietanti paure umane per riscoprire la vitalità che il mondo del lavoro e le esigenze del quotidiano hanno da tempo represso. Dopo il successo della scorsa stagione torna al Teatro Blu di via Cagliero 26, un piccolo e affascinante spettacolo cult: il surreale Xanax di Angelo Longoni, diretto da Giulio Baraldi.
Un acuto ed esilarante affresco sulle fobie che costringono gli uomini in goffe situazioni senza possibilità di scelta. Al centro della piéce, due normali impiegati, due personaggi perfettamente incastrati nella società milanese che si ritrovano - quasi per caso - bloccati all'interno di un ascensore. La sorte vuole che sia venerdì sera: dovranno restare chiusi dentro all'ascensore, per tutto il fine settimana.
I minuti passano inesorabilmente lenti e i due protagonisti (interpretati da Giulio Baraldi e Federica Bognetti) non troveranno altra soluzione se non quella di confrontarsi, sconoscersi e aprirsi l'uno all'altra. Baraldi interpreta Daniele, un giornalista fallito, mentre la Bognetti veste i panni di Laura, una banalissima impiegata in profonda crisi d'amore. In comune Laura e Daniele hanno il disagio nei confronti della loro vita, la solitudine e il difficile approccio con il sopravvivere quotidiano.
«Lo spettacolo vuole essere uno specchio molto preciso del mondo impiegatizio - spiega Baraldi - per mettere sul palcoscenico l'incapacità di raccontarsi che molte persone hanno al giorno d'oggi». In comune, i due protagonisti hanno anche la risposta che, invano, danno all'incapacità di vivere: entrambi, infatti, per sopportare le difficoltà del quotidiano, devono ricorrere a pastiglie, medicinali e psicofarmaci. Lo Xanax, soprattutto.
«I farmaci aiutano Laura e Daniele a mantenersi calmi e a liberare le proprie energie: aiutandoli a confessarsi in un modo tanto diretto che, nella vita di tutti i giorni, non l'avrebbero mai fatto», continua l'attore. Così lo Xanax diventa il mezzo con cui i due protagonisti riesco a ribaltare la realtà, spezzare le catene del quotidiano e tornare a essere se stessi.
«Nello spettacolo - spiega Baraldi - affrontiamo il problema degli psicofarmaci in modo divertente, cercando di sdrammatizzare e costruendo una satira capace di costringere i due protagonisti a rivelarsi al pubblico e a uscire dagli schemi che il lavoro gli impone».
Con il passare del tempo, lo spettacolo si fa sempre più miorilassante, ipnotico e anticonvulsivante. È l'effetto del magico farmaco tranquillante a base di benzodiazepine. In un tempo molto breve ma che si dilata nelle pieghe del tempo create dallo Xanax, gli psicofarmaci hanno effetti collaterali irresistibili dando risultati comici e del tutto paradossali. L'ascensore si trasforma in un luogo di confessione e delirio. I due giorni di claustrofobica e sinaptica prigionia si trasformano nell'irripetibile occasione - sempre agognata - di tradimento e, successivamente, redenzione.
«Qui in ascensore siamo come due cavie, maschio e femmina (...) la paura, il panico, l'accoppiamento, i bisogni corporali, l'aggressività. Finalmente un momento di vita vera!». Parole lapidarie, quasi convulsive, che dilatano la prigionia in esperienza viva del vivere, la mancanza di libertà in totale abbattimento di qualsiasi freno, la solitudine in gelosa comunanza di intenti. Nasce, così, una commedia brillante in un micropalco, una satira amara e caustica in grado di rappresentare le illusioni perdute e incarnare tutto ciò che anche il pubblico presente a teatro vorrebbe guardare senza essere troppo coinvolto.