«Restare legati ai vecchi riti è criminale»

da Roma

Non è più segretario della Camera del lavoro di Milano, ma da eurodeputato Ds resta uomo forte della Quercia di Milano. È stato sindacalista, ma non rinuncia a sferzare il sindacato per spingerlo a rinnovarsi. È stato orgogliosamente diessino, ma oggi dice: «Stiamo costruendo un partito nuovo, serve discontinuità». Antonio Panzeri entra nel dibattito sul Partito democratico - come dice lui - con autoironica modestia «dalla periferia». E per lanciare un messaggio chiaro: «Abbiamo un’occasione di rinnovamento, non possiamo sprecarla ripetendo vecchi riti».
Onorevole Panzeri, perché lancia questo avvertimento? Ci sono segnali che la preoccupano?
«Segnali? Tutta la storia della sinistra italiana, abituata a crescere per scissioni e divisioni, piuttosto che per fusioni, deve insegnarci qualcosa».
Lei voterà per Veltroni, vero?
«Sì, ho deciso. Ma a livello lombardo ci saranno delle articolazioni territoriali autonome».
Come tutti i Ds si schiera monoliticamente per il leader del suo partito.
«Be’, a voler cercare bene, c’è un dirigente autorevole come Ranieri che sostiene Enrico Letta. Guardi che i Ds di monolitico non hanno più nulla. Solo l’immagine, mi creda!».
Però, in nome di questa immagine Bersani è rimasto fermo ai box.
«Mi dispiace perché lo stimo».
E D’Alema non è sceso in campo. Lei sa perché?
«Bisognerebbe chiederlo a lui! Certo, fa il ministro degli Esteri, e dice che sostiene Veltroni».
Il Pd è una grande opportunità, ma la preoccupa anche. Una contraddizione?
«No. Perché si può fare una cosa davvero nuova, oppure rischiare di mettere su solo un comitatone elettorale. E sarebbe davvero un crimine».
Lei pone tre punti, tre paletti per non andare fuori dal tracciato.
«Il primo è: andare in Europa a testa alta, e non in un ruolo subalterno. Bisogna andarci, e nel Parlamento europeo aderire al gruppo del Pse».
Ma lei sa che questo fa venire il mal di pancia a molti...
«A chi?».
Al 90% di quelli che vengono dalla Margherita, per esempio.
«Io non chiedo a nessuno di rinunciare alla propria identità. Ma il Pse si è aperto moltissimo alle tradizioni che non vengono dal socialismo europeo ed è anche la mia casa. Non vedo altri luoghi dove andare».
Secondo punto?
«Servono più coraggio e più innovazione sulle riforme».
Ma allora vuole proprio litigare con qualche suo ex compagno di sindacato...
«Non voglio farlo con nessuno. Ma tutti devono capire che non si può solo “redistribuire”, o credere che questa parola magica risolva tutto».
Dica la sua, di «parola magica».
«Vanno tolte di mezzo le attuali strozzature che paralizzano l’economia e il lavoro. E capire che questo vuol dire difendere i lavoratori, non conservare l’esistente senza toccare nulla».
Anche il terzo punto la farà litigare con qualcuno?
«Spero di no. Il terzo nodo, infatti, è il cambiamento della forma partito».
Che può voler dire tutto o niente.
«Per me vuol dire una cosa chiara, invece. Vedo che si discute molto sull’apparentamento delle liste locali. Io non capisco perché: il partito deve essere radicato e federato. Non si può più decidere tutto a Roma, né essere schiavi delle correnti».
Le correnti non sono un crimine.
«No, un crimine no, ma se tu fai una cosa nuova e poi la cristallizzi nei piccoli apparati lo può diventare».
Prodi come lo vede?
«Credo che malgrado quello che si dice la sua vita sia indipendente dalle vicende del nuovo partito. Prodi vive o muore di luce propria».
Crede che dovrebbe lasciare posto a Veltroni come Blair con Brown?
«Sinceramente? No. Le crisi da noi si sa come si aprono, non come si chiudono».
E il programma si attua a fatica...
«I miei compagni di partito dovrebbero convincersi tutti che sono di sinistra le liberalizzazioni, la lotta alle corporazioni e una politica economica che produca risorse».