RESTAURO

Salomè è tornata a danzare. Da qualche giorno si sono svelati in tutta la loro bellezza gli affreschi che Filippo Lippi dipinse nella Cappella maggiore dell’allora Pieve di Santo Stefano (oggi Duomo di Prato) tra il 1452 e il 1465. L’artista realizzò il notissimo ciclo con le Storie di Santo Stefano e di San Giovanni Battista, una delle opere più importanti del Rinascimento. Le pitture murali avevano bisogno di un intervento urgente per correggere e completare precedenti restauri: ben tre negli ultimi 170 anni. Così nel 2001 ha preso il via la delicata operazione di recupero - costata alla fine 940mila euro interamente finanziati dallo Stato - e alla fine di sei anni di lavoro il grandioso ciclo di affreschi è tornato visibile nella sua interezza e fascino.
Il via ai lavori era stato preceduto da una lunga fase di studio svolto dall’Opificio delle Pietre dure di Firenze che, insieme ad altri istituti, ha svolto le necessarie indagini diagnostiche per comprendere quali potevano essere le vie praticabili per il completo recupero dei bellissimi affreschi, il cui progetto e direzione dei lavori ha visto protagoniste Isabella Lapi Ballerini e Cristina Gnoni Mavarelli, con la direzione operativa di Franco Vestri. «La difficoltà e la lunghezza dell’intervento è dipesa in larga parte dalla commistione di pitture “a fresco” e a secco - spiegano le restauratrici -. Ci siamo trovati di fronte più strati, con quelli dipinti a secco dove il colore era destinato a cadere. Per evitare questa eventualità, nei precedenti restauri si era ricorso ai polimeri, una trentina di anni fa, per evitare le cadute di colore. Questo ha impedito la traspirazione dell’intonaco, dando luogo a episodi di solfatazione. Nel complesso si è trattato di una complessa operazione di pulitura, che ha assottigliato anche parte di quelle sostanze strane che ha utilizzato Lippi. Verificando il suo lavoro, infatti, è emersa una disunità degli strati, che ha confermato la lunghezza della realizzazione degli affreschi, che a sua volta ha comportato anche diversità stilistiche».
Ora però sono tornate alla luce le sfumature e le leggerezze della pittura di Lippi, nonché la sua capacità di «biancheggiare» come aveva scritto il Cennini. In tal senso le esperienze maturate negli anni passati in altri grandi cicli di affreschi - come quelli di Piero della Francesca ad Arezzo e di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova - sono apparse molto utili. Così Prato è tornata a rivedere nel giusto equilibrio cromatico e di brillantezza le straordinarie storie dei santi Stefano e Giovanni Battista, nonché ad ammirare la grazia della danza di Salomè che nell’ultimo quarto del XIX secolo fece innamorare perfino Gabriele d’Annunzio. L’Imaginifico aveva visto nella figura danzante della figlia di Erodiade nientemeno che Lucrezia Buti, la suora conosciuta a Prato che sarebbe diventata la modella del Lippi, nonché la madre del loro figlio, Filippino.