«Restituitemi Tommaso o lo verrò a prendere io»

nostro inviato

a Casalbaroncolo (Parma)
Tommy non lo sa. Tommy non lo può sapere, chiuso là dove gli Orchi lo tengono prigioniero. Ma oltre all'esercito di carabinieri e poliziotti, sguinzagliato sulle sue tracce da giovedì notte, ora c'è anche un Supereroe pronto ad andare a salvarlo, armato fino ai denti di meravigliosa e commovente fantasia infantile. È suo fratello maggiore, Sebastiano, otto anni. Lo racconta orgoglioso, papà Paolo Onofri. «Ha un bel carattere, è un ragazzino solare, allegro, forte, molto forte. Lui la vicenda l'ha vissuta creandosi lo scudo dell'eroe: “Io facevo così, io facevo colà, la spada, il cannone, la bomba”. Però soffre della mancanza di suo fratello, al quale è attaccatissimo. Tommaso è adorato da tutta la famiglia. Vuoi perché gli abbiamo dedicato particolari attenzioni, vuoi perché è arrivato in un particolare momento della nostra vita, vuoi perché è il più piccolo...». La voce si incrina, la mascella si serra e l'emozione monta, dolorosa, dal fondo della gola. Ma Onofri è un uomo forte e riesce a proseguire. Però è difficile. «L’altra sera, non averlo lì. Non riuscivo neanche a prendere sonno nonostante fossero 28 ore che non dormivo».
Parla, papà Paolo, in piedi sulla porta della cascina di Casalbaroncolo. È mattina, c'è il sole, che sia un buon segno? Ma lui ha parole quasi solo per Tommaso. «È un bambino vivace, biondo, riccio, è splendido, non può passare inosservato ovunque si trovi. Mettetevi una mano sul cuore e ridatemi mio figlio, prima che venga a riprendermelo io», insiste intenerendosi. Nella risacca degli alterni sentimenti, è di nuovo la rabbia a indurirgli lo sguardo. «Tommaso tornerà comunque a casa. Con o senza pietà tornerà». Poi ancora: «Ma chi è l'animale che fa una cosa del genere?», sibila con occhi che mettono paura, riservando ai due malviventi «il mio migliore augurio di non incontrarmi mai».
Facile immaginarlo. Facilissimo credergli. Anche perché questa è ormai una corsa contro il tempo. Per Tommy non è più sufficiente il dosaggio del farmaco antiepilessia reso noto subito dopo il sequestro. È Paola, la mamma, una donna minuta e tremante tra le braccia forti del marito, a gridarlo e a piangerlo, scongiurando i giornalisti di scriverlo, di dirlo, di ripeterlo. Perché l'Orco sappia. «Dai risultati di analisi effettuate pochi giorni prima del rapimento è emerso ora come sia risultato basso il dosaggio del Tegretol - si dispera la donna con il volto rigato di lacrime -. C'è l'assoluta necessità di aumentarlo a 5 millilitri il mattino e 5 alla sera». E lo ripete disperata, quel «5 millilitri al mattino e 5 alla sera», con una voce che è ormai un filo e che fa male, fa male dentro, a chiunque abbia uno straccio d'anima.
Quell'urgenza - «le cure di cui ha bisogno Tommaso non possono essere interrotte per nessun motivo» - è poi risuonata sempre ieri, quasi sacralizzata, sotto la volta in legno della chiesa di Sant'Andrea Apostolo, dove il 2 aprile dello scorso anno il piccolo Tommaso era stato battezzato. Lo ricorda bene, quel giorno, il parroco don Giacomo Spini. Lui, tre anni fa, aveva anche unito sull'altare Paolo e Paola. «Chiunque tenga Tommaso lo riconsegni all'affetto di papà e mamma, anche lasciandolo in una qualsiasi chiesa di Parma o fuori Parma», scongiura. E aggiunge come la famiglia Onofri, rendendosi conto delle difficoltà per reperire il Tegretol, ne mette a disposizione un flacone. «Contattateci in ogni modo anche in via riservata», arriva a suggerire don Giacomo.
Dopo di lui, da dietro un altare affollato di microfoni e registratori, a parlare è don Celso, il cappellano delle carceri. Per confermare come la Chiesa, in questa vicenda, offra tutto quanto può per far sì che Tommy torni al più presto a casa. «È un ritorno difficile - scandisce calmo il frate - ma come ai vecchi tempi i nostri conventi, le nostre chiese, le nostre vecchie ruote sono ancora capaci di accogliere i bambini che meritano di essere curati, riaccolti, riportati nell'alveo della famiglia», ridando attualità, con parole semplici quanto bellissime, a quell'antichissimo strumento di misericordia cristiana che nel passato salvò tanti trovatelli. Ed è pacato, don Celso, anche quando ricorda il messaggio lanciato ai rapitori «dai miei amici detenuti», quelli che lui chiama anche «popolazione sofferente». Perché il Signore, dice, «tocchi il cuore di quanti hanno commesso questo reato così ignobile». Ed è un messaggio duro e chiaro, quello inviato da dietro le sbarre ai rapitori: «Lo restituiscano subito e senza condizioni ai genitori - mandano a dire i reclusi -. Eviteranno anche la rabbia di tutti i detenuti delle carceri italiane contro chi commette reati contro i bambini». Parole lette in una chiesa.
Parole sante.