«Resto nel centrodestra ma non mollo»

«Nella Cdl la questione della leadership esiste. Per il proporzionale andava fatta un’altra legge e in un altro modo»

Massimiliano Scafi

da Roma

Non molla. «Sono dimissionario, non rinunciatario». Non si arrende. «I problemi nella Cdl sono ancora tutti aperti. Dalla leadership, una questione reale, fino al pericolo della deriva leghista del governo». Non si butta a sinistra: «Non tifo per Romano Prodi. La Margherita mi aspetta? No, non varcherò quella soglia, la mia battaglia è volta a cambiare il centrodestra e a sconfiggere il centrosinistra». Non lavora per il terzo polo: «Non c’è spazio e poi io sono un bipolarista convinto», giura, anche se segue «con grande attenzione il travaglio di Clemente Mastella». E poi, «ipotizzare di grande coalizione non è un’eresia, può succedere».
Sul Lago Maggiore, a parlare di Stato e economia davanti a un gruppo di industriali, in un convegno organizzato da Michele Vietti. Nel suo primo giorno da deputato semplice, Marco Follini si trova faccia a faccia con Piero Fassino e confessa sorridendo tutta la sua invidia: «È un dibattito sbilanciato. Lui è un segretario di partito, io un ex. Lui ha votato per le primarie, io non ho avuto modo di dire come la penso sulla leadership. Non ci si può illudere che la questione non esista». È questo uno dei problemi ai quali attende «una riposta». Un altro riguarda la riforma proporzionale. «La mia opinione è che servisse un’altra legge fatta in un altro modo. E ritenevo che si dovesse fare di più per coinvolgere l’opposizione in questo tentativo». Punto dolente, per Follini, le liste bloccate: «Non sono un fautore delle preferenze ma so che è impopolare l’idea di mettere in fila delle persone sapendo che le prime daranno elette e che possono addirittura fare a meno della campagna elettorale».
Insomma, insiste, il centrodestra così com’è non va. «Io, che ho concorso alla vita di questa maggioranza, mi chiedo: abbiamo fatto tutto bene o dobbiamo dire che vogliamo cambiare? Ecco, io credo che la direzione giusta sia quella di andare verso un cambiamento». Ma Follini si è trovato in minoranza anche nel suo partito. Da qui le dimissioni: «Sarò leale e fedele al nuovo segretario. Io però resto della mia linea, non posso certo interpretarne un’altra». Pier Ferdinando Casini non c’entra, il rapporto personale, assicura, non si è rotto. «Non parliamo di tradimenti, non è il caso. Un dirigente ha il dovere di tenere ferme le proprie posizioni. L’amicizia è un sentimento privato».
Intanto la campagna per le politiche del 2006 è già iniziata: il duello, tranne clamorose sorprese, sarà tra Berlusconi e Prodi. «L’ipotesi che ci possa essere un altro schema non è una mia fissazione, ma nessuno mette in discussione che il bipolarismo ha messo radici. Io apprezzo il passo avanti fatto dalla democrazia dell’alternanza». Nessun terzismo dunque, niente grande centro. Però, dice ancora Follini, ci sono dei difetti da correggere: «Le coalizioni si sono aggregate sul voto marginale, da una parte verso la Lega, dall’altra verso Bertinotti, e sono scese sul loro terreno». Per questo l’ex segretario dell’Udc segue «con molta attenzione» quello che succede nell’Udeur. «Il travaglio di Mastella è molto serio ed è legato alla contrapposizione politica che c’è da quella parte tra sinistra e centro. Io penso che, come accade in tutta Europa, il centro debba essere invece sempre alternativo alla sinistra».
Due poli, quindi. E se in primavera sarà un pareggio? Può nascere un governissimo, come in Germania? «Non è una eresia - risponde - può succedere. Io sono nella logica dell’alternanza ma in un sistema politico può capitare che quel sistema non riesca a dare soluzioni». Questo, conclude, non significa inciuciare ma evitare le reciproche demonizzazioni: «Il Pci e la Dc se le davano di santa ragione e lo voglio ricordare contro la leggenda del consociativismo. C’era però rispetto e l’idea comune era la tessitura di una trama istituzionale».