La resurrezione di falce e martello

È proprio deprimente assistere a questi festeggiamenti per la resurrezione del comunismo per aver eletto alle due più alte cariche istituzionali dei comunisti dichiarati senza contare i ministri. Sembra essere solo questo il traguardo raggiunto da Prodi: il riportare alla gloria la falce e il martello, simboli della più spietata e cruenta dittatura.


Sì, la resurrezione della falce e martello è certamente uno degli esiti più manifesti della vittoriucola di Romano Prodi: per valersi di un sostantivo tanto caro alla sinistra, dove ti giri è tutto un rigurgito comunista. Eruttazioni liberatorie, vien da pensare, dopo la lunga quaresima che vide i rossi costretti a negare d’aver mai condiviso quella ideologia e quandanche ammesso - ma non concesso - il contrario, poco male: tanto il comunismo era scomparso senza lasciar traccia nei cervelli di chi lo abbracciò. Abiura tormentosa perché comportava la condanna (tacita, mi raccomando: tacita) della criminale e fallimentare ideologia. Che è come dover ammettere che mammà non era uno stinco di santa, ma faceva la sciantosa nei tabarin. E così, grazie a testa quedra ci tocca anche questa: assistere alle convulsioni del reducismo, che è malattia senile e, nel Bel Paese, endemica. Quel titolo a nove colonne dell’Unità, «L’emozione di essere stati comunisti» o quell’altro, sempre a piena pagina, «Un comunista? Dov’è il problema?» è il rantolo degli sconfitti dalla Storia che quell’omarino di Romano Prodi ha tratto dal deposito dei ferrivecchi riportandoli in auge insieme a mammà, non più sciantosa di tabarin, ma santa donna la cui bandiera, si sa, trionferà. Fiutato il vento, tutti in coda, lì nella società civile che per dove gira il vento ha naso finissimo, per i salamelecchi di rito. Oggi si porta il comunismo come ieri si portavano la solidarietà e il dialogo. Cambio d’abito e via andare.
Persino uno dei massimi esponenti della società civile che col comunismo non ebbe frequentazioni si sente in dovere, per essere alla moda, di unirsi al coro dei reducisti. Mi riferisco a Enzo Biagi, il decano. Ah, scriveva, come se l’è presa in saccoccia Silvio Berlusconi col suo anticomunismo! Fino a ieri, fino alla vittoriucola di testa quedra, avrebbe aggiunto: ma se lo sanno anche i bambini dell’asilo di Pianaccio che non si può essere «anti» qualcosa che non esiste! Oggi, invece, cambia musica (non lo strumento, che rimane sempre l’aerofono in ottone a canna ricurva) rivelando che esiste ed è esistito ed era una mano santa. Per cui invece di parlarne tanto male il Cavaliere dovrebbe ringraziare «quanti, soprattutto i comunisti, durante la Resistenza hanno combattuto perché questo diventasse un Paese democratico». Da non credere, vero, caro Torrisi? I comunisti avrebbero combattuto non perché finissimo asserviti al Cremlino, nooo, ma per condurci alla democrazia. E se invece di quegli anticomunistoni dei democristiani nel ’48 avessero vinto i rossi, Palmiro Togliatti, il nostro Clement Attlee, avrebbe fatto dell’Italia la patria delle libertà e dei diritti civili e politici. Però che orecchio, il nostro Biagi. Son bastate poche note e zacchete, ha intonato il suo strumento alla grancassa dell’Unità. «Un comunista? Dov’è il problema?».
Paolo Granzotto