Il «resuscitato» di Mantova: all’Aldilà e ritorno in mezz’ora

I medici non si spiegano il miracolo, i parenti hanno deciso di non raccontargli nulla: «Stavamo per morire noi»

Cristiano Gatti

nostro inviato a Mantova

Per favore, poco chiasso: lo sappiamo solo noi giornali, noi televisioni, noi Italia intera. L’importante è che non lo sappia lui: medici e famiglia lo stanno tenendo rigorosamente all’oscuro di tutto. Sarebbe forte la tentazione di chiamarlo Lazzaro 2005, ma è meglio far finta di niente. Il timore, neanche tanto esagerato, è che l’emozione potrebbe risultargli fatale. Stavolta sul serio. Mai tirare troppo la corda con l’Aldilà: anche nei casi più celebri, sono risorti una volta sola.
Non sa nulla, non ricorda nulla, non immagina nulla. Non ci sono racconti di tunnel neri e di luci abbaglianti, di voci suadenti e musiche celesti, nel misterioso ritorno di Rinaldo Maestrelli dai confini dell’esistenza. Più che un viaggio, una veloce passeggiata: come fosse andato a fare footing nei verdi parchi dell’ignoto. Poche ore dopo l’incredibile escursione, le prime parole da consegnare alla cronaca e alla storia restano queste: «Ho fame, si può mangiare qualcosa?».
Cronometro alla mano, trentacinque minuti: tanto dura la dipartita terrena del settantatreenne pensionato mantovano. Dato il caso, una ricostruzione dettagliata aiuta a comprendere. Rapido riavvolgimento fino a martedì mattina. Ospedale Poma di Mantova, ore 7: un paziente del reparto nefrologia, sposato e padre di cinque figli, da un paio d’anni residente nelle campagne di Castel d’Ario, paese natale di Tazio Nuvolari, accusa un infarto. L’uomo è ricoverato dalla domenica in nefrologia per l’ennesima crisi renale: da diverso tempo, ormai, praticamente da quando ha lasciato il lavoro negli allevamenti di vacche, la sua vita è martoriata di guai. Ipertensione, diabete, di male in peggio fino alla dialisi trisettimanale degli ultimi mesi. La sua cartella clinica è un volume. Ha già all’attivo tre infarti. L’unità coronarica dell’ospedale Poma lo conosce bene. Ed è proprio qui che viene subito trasportato all’insorgere dell’attacco di cuore. Massaggio cardiaco, respirazione assistita, trattamento farmacologico. Ma risultati nulli. Ore 7.25: si conclude il ciclo previsto dalle procedure. Il paziente viene considerato morto. Senza battito cardiaco «rilevabile», si dice in corsia. A questo punto, si aprono le due ore canoniche di «osservazione del decesso», periodo durante il quale il cadavere resta comunque collegato al monitor, prima del trasferimento all’obitorio. Nel frattempo, i medici avvertono la famiglia. Una gran bella famiglia, una famiglia patriarcale di campagna, quella del signor Maestrelli: c’è la moglie Annamaria, ci sono cinque figli. Solo la primogenita, Nicoletta, è sposata e vive fuori paese. Gli altri quattro, due femmine e due maschi, stanno ancora con i genitori, nel casolare appena fuori Castel d’Ario. Quando la notizia arriva, alcuni sono già sul posto di lavoro. In casa c’è la moglie, che viene subito raggiunta dalla figlia sposata e dal genero. È disperazione: il capofamiglia è malato da tempo, tutti sono abituati a crisi e spaventi, ma non c’è niente come la morte capace di schiaffeggiare l’anima con il suo orrore. Lacrime e poche parole. In macchina, mentre moglie e figlia raggiungono l’ospedale, già si pensa al funerale.
Ore 8: bip. Trentacinque minuti dopo, il monitor torna a segnalare un battito. Bip. Rinaldo Maestrelli decide di fare retromarcia. «Siamo corsi – ricorda un medico – e abbiamo ripreso tutte le tecniche di rianimazione». Pochi minuti, e stavolta il paziente si riprende. Ore 8.30: la famiglia, ancora in viaggio, viene avvertita. «Credevo di morire io», dice la signora Annamaria. Gli altri figli, richiamati dai posti di lavoro e appena giunti a casa, ricevono la telefonata della stessa mamma dall’ospedale. Elisabetta, 33 anni, lo ammette candidamente: «Una reazione assurda, lo so: ma la prima cosa che m’è venuta da dire, lo giuro, è “State scherzando?”. Come se la mamma potesse scherzare su una cosa simile...».
A tre giorni dalla resurrezione, Lazzaro Maestrelli sta benone. Mai, negli ultimi mesi, l’avevano visto così in salute. Nessun danno dalla sua morte part-time. Ha un grande appetito, sorride, non vede l’ora di tornare a casa. Nulla sa, nulla gli va detto, di quei trentacinque minuti.
Il problema, adesso, è tutto intorno. L’ambiente sanitario si sta interrogando. Escluse, dopo un severo controllo, le avarie ai monitor che rilevano i segnali di vita, il primario Roberto Zanini prova una spiegazione: «Può darsi che il fisico di Maestrelli fosse talmente abituato alla sofferenza, da farsi bastare anche un solo battito al minuto, giusto il minimo, frequenza che le apparecchiature non hanno rilevato. Può succedere, in medicina. Certo, in più di trent’anni che sono qui, mi è capitato soltanto un altro caso simile...».
È difficilissimo spiegare. Siamo sul filo dell’acrobazia scientifica. Ma mentre gli approfondimenti continuano, in un clima di evidente imbarazzo, la famiglia culla già la sua dolce versione: se non è un miracolo chiaro e tondo, è almeno un mezzo miracolo. Alle volte, i segnali del mistero: la modesta casa dei Maestrelli sta in via Madonnina, tra le brume della Bassa Padana. Qui, esaurito l’assalto di microfoni e telecamere, la figlia Elisabetta parla con voce calma e leggera: «I medici si sono rivelati bravissimi, li ringraziamo. Ma ci siamo parlati, con la mamma e con i miei fratelli: per noi c’è dell’altro. Lassù, qualcuno ha messo la mano sulla testa di papà e ce l’ha riaccompagnato a casa...».
Poi sorride: «Certo, il problema adesso è la mamma. Ha passato momenti terribili, lo choc è soprattutto suo. Sono così uniti, lei e il papà. Speriamo di poterci riunire presto nella nostra casa. Abbiamo già deciso, però: al papà non diremo mai nulla. Più che altro, appena possibile, andremo a ringraziare...». Dove, Elisabetta? «A Lourdes. Dove, se no?».