Retata di cattolici in Cina

Stefano Zurlo

da Milano

Il tempo della persecuzione per i cattolici cinesi sembra non dover finire mai. L’ultima notizia arriva dalla città di Zhangjiakou, nella provincia settentrionale di Hebei. La polizia ha arrestato prima un vescovo, l’ottantaduenne Yao Liang, e un sacerdote, poi ben novanta fedeli che protestavano e chiedevano il rilascio dei due religiosi. Il motivo del contendere è sempre lo stesso: il regime tollera solo la chiesa ufficiale, di cui controlla i vertici, e cerca in tutti i modi di ostacolare quella clandestina, dipendente da Roma. Da anni si fa un gran parlare di dialogo, ma i risultati, almeno per ora, non si vedono. «Il governo - ha detto ad Avvenire il cardinale Joseph Zen, arcivescovo di Hong Kong - vuole controllare tutto; i comunisti sono così, hanno paura di tutto quello che non possono controllare». E i cattolici guardano lontano.
Yao Liang era già stato ammanettato l’anno scorso per essersi rifiutato di aderire all’Associazione cattolica patriottica cinese, a cui appartengono circa 11 milioni di persone. Il 30 luglio il vescovo è stato nuovamente prelevato assieme a un giovane sacerdote. A questo punto è accaduto l’imprevedibile; i fedeli si sono mobilitati e il 2 agosto hanno depositato una petizione in difesa della coppia. Le autorità hanno risposto nella notte: cinquecento agenti hanno effettuato novanta fermi; secondo l’agenzia AsiaNews ci sarebbero stati scontri, «una donna ha avuto un aborto e due cattolici hanno subito serie ferite e sono stati ricoverati». Settanta fedeli sono stati successivamente rilasciati, gli altri, almeno per ora, restano in cella.
Insomma, il clima di intolleranza non cambia: «Il regime - ha detto Zen - è sempre lo stesso. E il processo verso la libertà religiosa non è mai iniziato». In un recente passato erano arrivati segnali importanti di disgelo: più dell’80 per cento dei vescovi patriottici aveva ottenuto il riconoscimento del Papa. E in qualche modo era stato raggiunto un compromesso: le nomine dei vescovi venivano decise di fatto da Roma, formalmente da Pechino. Poi il regime ha compiuto uno strappo, rompendo quel delicato equilibrio e imponendo tre nomi senza tener conto in alcun modo della voce di Roma. La Santa Sede ha reagito duramente, Joaquin Navarro Valls ha espresso il «profondo dispiacere» di Benedetto XVI e ha addirittura ventilato la scomunica per due di loro, ma la Cina sembra andare avanti per la propria strada.
L’arresto di Yao Liang lo conferma. Solo nella provincia di Hebei sono più di venti i sacerdoti in prigione. «La Cina - spiega il cardinal Zen - per ora è un grande mercato, ma non è ancora una grande potenza. E la politica di collaborazione economica non ha portato frutti di apertura politica». The Cardinal Kung Foundation è ancora più drastica: i fatti di Zhangjiakou «dimostrano in modo evidente la completa violazione dei diritti umani in Cina».