Retata contro i No Tav ci sono anche due ex br "Una violenza inaudita"

Ventisei arresti dopo gli scontri dell’estate scorsa in Val di Susa L’informativa della Digos: «Per loro era un gioco di ruolo»

L’irriducibile lupo solitario delle Brigate Rosse ha perso il pelo, non il vizio di contrapporsi allo Stato. Trent’anni ininterrotti di galera non sono serviti a niente tant’è che il 66enne Paolo Maurizio Ferrari è di nuovo in carcere e sulle prime pagine proprio come quel 17 maggio del 1976 quando al processo di Torino alle Br, speaker di Curcio e Franceschini, sfidò i cronisti urlando dalle gabbie: «Faremo la rivoluzione col piombo dei vostri giornali!».

Vecchi arnesi e figli d’arte

L’ex bierre coinvolto negli anni 70 nei sequestri Sossi, Labate e Amelio è in buona compagnia. Tra i 25 arrestati per i disordini No Tav della Val di Susa della scorsa estate (per altri 15 è scattato l’obbligo di dimora) c’è anche un suo ex collega, il «postino» 60enne Antonio Ginetti, già militante della colonna di Prima Linea ribattezzata col nome del martire dei Nap, Luca Mantini. Già perquisito nel ’99 per un’indagine per banda armata sul «Nuovo partito comunista a forma clandestina», Ginetti ricompare alla Digos nel 2009 quando si rende protagonista di uno spogliarello di protesta in occasione del g8 dell’Aquila. Proprio nel capoluogo abruzzese il collega Ferrari manifestò invece due anni contro l’arresto dei «nuovi» brigatisti ad opera del pm Boccassini, tra i quali figurava Claudio Latino il cui figlio diciottenne, Stefano, è da ieri nell’elenco dei sottoposti a obbligo di dimora. Gran parte degli arrestati e degli indagati hanno precedenti specifici, appartengono all’area antagonista e alla galassia anarchica.

Una stampella-spranga

In manette il leader del centro sociale torinese Askatasuna, Giorgio Rossetto, e numerosi attivisti dei circoli estremisti sparsi per la Penisola. Finisce in prigione anche Guido Fissore, consigliere comunale 67enne di Villar Focchiardo, attivista No Tav, accusato di aver pestato due poliziotti utilizzando la sua stampella come arma impropria, e c’è anche un sindacalista della Cgil calabrese tra gli arrestati, Giuseppe Tiano (il cui nome, però, non risulta nell’ordinanza del gip di Torino). Raggiunto dall’obbligo di dimora anche un funzionario di Rifondazione, Andrea Vitali. Com’era prevedibile la galassia antagonista s’è data subito appuntamento per protestare. A Milano hanno sfilato in pochi per le vie del centro, lo stesso è accaduto a Bologna, Torino, Roma, Cagliari.

Le foto degli ex terroristi

L’informativa della Digos incastra l’ex bierre Ferrari grazie alle immagini degli scontri dove «figura un uomo dalla corporatura magra e di altezza media, dalla carnagione chiara e dall’età verosimilmente avanzata, vestito con una canotta di colore nero (...) e maschera da verniciatore bianca (...). L’individuo viene ripreso mentre, con la mano destra, scaglia con violenza in rapida successione più sassi di grosse dimensioni in direzione della polizia». E’ riconosciuto per le sopracciglia «bianche» e «l’evidente età avanzata». La vecchiaia è fatale anche all’ex Pl, Ginetti, immortalato al lancio di sassi indossando un passamontagna scuro e una maschera antigas. In una immagine, però, si fa sorprendere «a viso scoperto», e lì «si nota chiaramente che il soggetto porta baffi evidenti di colore grigio, dimostrando di essere in età avanzata».

Al mio segnale scatenate l’inferno

Nell’ordinanza il gip di Torino spiega come gli scontri fossero meticolosamente studiati a tavolino. Infatti «i vari gruppi - scrive il giudice - si sistemavano in diversi punti evidentemente raccordandosi con gli altri» in un’area talmente vasta «da implicare necessariamente un preventivo accordo o un costante contatto (via telefono o radiotrasmittenti) per attuare un efficace coordinamento». A scatenare gli scontri dell’area «più oltranzista e radicale», «contestualmente su più lati dell’area del cantiere», un «segnale convenzionale, consistito nell’esplosione di artifici pirotecnici». Insomma, «l’attacco alle forze dell’ordine (...) si rivelava nella sua spaventosa violenza con forme di vera e propria guerriglia, in uno scenario ambientale e topografico impervio e ostile (...) con l’impiego del più vario e pericoloso armamentario (massi, bombe carta, razzi fumogeni, molotov, bottiglie di vetro anche contenenti ammoniaca, bulloni, estintori, scudi, mortai artigianali,etc.)».

Il manuale del guerrigliero

Durante un controllo a un attivista, la Digos gli trova addosso un «interessantissimo appunto manoscritto» sulla tecniche di guerriglia al cantiere. Il «manuale» indica sia i «mezzi per resistere allo sgombero» (filo spinato, massi, tubi, olio, tronchi d’albero, fuoco) che gli «strumenti per assediare», come caschi, maschere, frombole, fionde, fuochi e laser, catapulte, lanciamassi. Strumenti che vengono utilizzati da «squadre specializzate», formate da «scudieri, frombolieri, fuochisti».

Scontri in stile medievale

Tanto che per il gip «sembrerebbe trattarsi delle regole di un gioco di ruolo di guerra ambientato in un contesto in parte medioevale, se non fosse che quanto descritto lo si ritrova messo in pratica nelle giornate del 27 giugno e del 3 luglio». Nella pianificazione degli scontri anche le sostituzioni in corsa: «Gruppi di 40/50 persone per volta si davano il cambio per risultare “fresche” e smaltire gli effetti dei lacrimogeni».

Corpo di guardia e nidi d’aquila

Nell’informativa della Digos si legge poi che «il movimento si era dotato, in perfetto stile para-militare, di un posto di comando dove era presente in forma permanente un “corpo di guardia” munito di telefono e turni di servizio, di un tendone tipo militare che fungeva da posto di ristoro, di una tenda per il pronto soccorso. Decine di tende medie e piccole, collocate nei boschi retrostanti, offrivano riparo alle centinaia di “ospiti”» provenienti da ogni parte del mondo. Per attacchi concentrici e difese ci si coordinava con la rete di «vedette» disseminate nei boschi, lungo le strade, in valle. Ognuna «si curava di segnalare lo spostamento delle forze di polizia». Una sorta di «osservatori, in caso di allarme» che stazionavano persino «nei pressi delle caserme di polizia e carabinieri». Di più. «Vennero costruiti nidi d’aquila sulla sommità degli alberi per collocarvi vedette o trasformarli, all’occorrenza, in luoghi ove arroccarsi per opporre una duratura resistenza».

In diretta su Radio Black Out

E ancora. «Anche l’emittente antagonista Radio Black Out non faceva mancare il proprio contributo di incitamento ed istigatorio con collegamenti ed approfondimenti, chiamando a raccolta i militanti in caso di lanciato allarme».

Il sequestro del carabiniere

Episodio simbolo degli scontri del 3 luglio è il «sequestro» di un carabiniere, Luigi D.M., da parte dei manifestanti. Il militare «mentre si trovava in prima linea nel corso di una carica ai limiti dell’area archeologica, durante la fase del ripiegamento, veniva trattenuto, trascinato nel gruppo e malmenato da alcuni violenti». Il carabiniere è stato rilasciato solo un quarto d’ora più tardi, dopo che i No Tav gli avevano però sottratto la pistola Beretta, la maschera antigas e lo scudo. «L’arma veniva poi fatta ritrovare dopo, ma priva di caricatore e munizionamento».

«Il prossimo non torna a casa»

A margine del «rapimento» del militare, la Digos identifica uno dei facinorosi che, mentre il carabiniere tornava dolorante dai suoi colleghi, «si affaccia in prima fila» e «con tono minaccioso e con fare da leader consapevole di quanto avvenuto», a volto scoperto per farsi sentire meglio, «profferiva ad alta voce (...) “il prossimo non torna indietro”..». Il ragazzo-urlatore viene riconosciuto «con certezza assoluta» in Gabriele Filippi, «aderente al movimento universitario AutAut 357», anche lui arrestato.