"La rete ci condanna a vivere Altrove"

Cellulari, palmari, connessioni. Non è più possibile trovarsi in un
solo luogo per volta. Il grande sociologo Dalton Conley ci spiega
perché questo senso di smarrimento sta rovinando la vita all'homo
tecnologicus. E non solo

Probabilmente Dalton Conley verrà ricordato come il sociologo che ha trovato la risposta alla domanda più famosa da cinque secoli a questa parte. «Essere o non essere?»: «Essere è non esserci», replica questo professore di Sociologia alla New York University, ma anche di Community medicine al Mount Sinai e ricercatore al National Bureau of Economic Research americano. Certo a questa replica si poteva arrivare soltanto ai nostri tempi. Tempi di quinta dimensione: l’Altrove. Oltre il non-luogo, l’Altrove di Conley è un multi-luogo dove l’homo tecnologicus è dotato dell’ubiquità digitale e maneggia al contempo Blackberry, laptop e ipod mentre porta a spasso il cane facendo jogging e salutando amici di passaggio, raccontando al contempo al suo compagno di corsa che strepitosa giornata multitasking lo attende. È così che riusciamo ad essere dappertutto e da nessuna parte.

Poco più che quarantenne, collaboratore assiduo del New York Times e perfetto conoscitore della lingua italiana, Conley ha appena pubblicato negli Stati Uniti il suo ennesimo saggio, dal titolo Elsewhere, USA (Pantheon Books). Partendo dal presupposto che l’America è la madre di tutte le tendenze, identifica nell'americano e preconizza per il mondo una nuova generazione di condannati all’Altrove, sempre connessi ma ormai disconnessi da sé. Gli abbiamo chiesto di spiegarci chi siamo diventati.

Professore, come possiamo riconoscerci in mezzo a una folla?
«Siamo quelli che si muovono continuamente stando fermi. Che cambiano partner appena hanno un figlio, però magari sperano di mantenere lo stesso lavoro per sempre. Persone scisse nella miriade di mondi multipli in cui navighiamo, fatti di flussi di dati, impulsi, desideri e persino, a volte, coscienza del reale. Non siamo più individui, ma “intravidui”. Non facciamo mai meno di due cose per volta».

Ma questo Altrove in cui ci troveremmo esiste o è una metafora?
«È del tutto reale. Veniamo spinti senza sosta in molte direzioni allo stesso tempo. Mentre siamo in ufficio, possiamo connetterci con gli amici e la famiglia. Quando siamo a casa coi bambini non sappiamo dire di no a qualche ora di lavoro extra: apriamo le email, rispondiamo al telefono, controlliamo l’andamento della Borsa».

Fin qui niente di male, se restiamo nei limiti...
«C’è di più, però. Si è fatta strada la nozione che queste sfere, una volta separate, siano ormai compenetrate una nell’altra. Casa/ufficio, lavoro/piacere, pubblico/privato, persino sé/altro da sé: tutto è sempre più confuso, indistinguibile».

A tutte le età?
«Diciamo che se è meraviglioso che la nonna possa parlare ai nipotini con Skype e che i nativi digitali - la cosiddetta “Generazione Y” - navighi già a tre anni, la gente della mia età è la vera “Generazione Altrove”: cresciuti nel vecchio mondo pre-internet ma coatti della rete “24/7”, con un conflitto interiore continuo. L’Altrove colpisce anche per classi sociali: ai “colletti bianchi” a orario flessibile è stato sottratto ogni strumento di lavoro tangibile, per loro tutto è virtuale. Inoltre vivono Altrove più i cittadini dei campagnoli, più i genitori di chi è senza figli, poiché devono equilibrare il tempo per il lavoro e quello per la famiglia».

Di chi è la colpa di questa alienazione totale?
«Ci piace pensare che sia delle nuove tecnologie».

E invece?
«Ci sono forze invisibili, ma egualmente responsabili. La prima è lo squilibrio economico che è andato crescendo dagli anni ’70 a oggi ha creato ansia, anche nei ricchi, sia che l’economia vada bene, sia che vada male. La seconda è l’entrata massiccia delle donne nel mondo del lavoro, in particolare delle madri, che fanno della casa un lavoro e del lavoro una casa. E poi vorrebbero delegare tutto ciò che è domestico alla società invece di farselo pagare come sarebbe giusto».

Secondo lei l’“Altrove” sfascia le famiglie ed è responsabile anche di quella che nel saggio chiama “poligamia dinamica”, ovvero la necessità insopprimibile di cambiare partner di continuo. La copertina del suo libro poi parla chiaro: nella famiglia tradizionale riunita a cena ciascuno ha il suo computer portatile al posto del piatto.
«I legami familiari si sono senza dubbio indeboliti. Tuttavia non è concesso essere troppo severi nel giudizio su questo punto: per alcuni i nuovi legami tecno-mediati, di tipo virtuale e non geografico, sono alquanto soddisfacenti».

Quali sono le principali patologie e nevrosi che rischiamo di sviluppare se non ci fermiamo a pensare a quello che sta accadendo?
«La frammentazione del sé in molti sé di pari importanza. La dipendenza da comunicazione costante. L’incapacità di rimanere disconnessi. Stress. Ansia. E la perdita totale di intimità».

Conosce qualche antidoto per tornare in un unico “Dove”?
«Nessuno. Riportare indietro l’orologio è impossibile. Meglio cercare insieme nuove norme di convivenza etica e sociale per navigare in questo nuovo mondo».

Il suo libro è già considerato una guida imprescindibile per questo nuovo mondo. Ci può dire quali sono le regole di base per riconquistare la consapevolezza del nostro valore aggiunto individuale?
«Imparare come legarsi e mescolarsi e come legare e mescolare le cose. Il multitasking non va negato, ma gestito. Non bisogna aggrapparsi al vecchio standard di vita anni Cinquanta, pre-rivoluzione tecnologica. Ma se non ci si riesce, allora esiste un solo modo per sopravvivere: il drop out dall’Altrove. Vendete tutto, trasferitevi in campagna e sporcatevi le mani costruendo la vostra nuova casa».