La rete è una gruviera entrano ladri e graffitari

Vistose falle nel sistema di sicurezza nonostante la presenza di 750 telecamere. Accedere alle stazioni e ai binari dopo l’orario di chiusura è fin troppo facile

Massimo Malpica

da Roma

Giro di vite nella metropolitana. Un piccolo esercito di vigilantes (oltre 300 solo nelle ore notturne) veglia su stazioni e convogli, centinaia di telecamere spiano discrete le fermate, rimandando le immagini ai centri di controllo; solidi cancelli scoraggiano visite notturne non autorizzate. Il timore di un attentato, dopo gli attacchi di Madrid nel 2004 e dello scorso luglio a Londra, a Roma coinvolge anche l’estesa rete della metropolitana.
Due linee, 49 stazioni, 36 chilometri di binari, più di 850 corse e di 750mila passeggeri trasportati ogni giorno in quella che per i romani è semplicemente «la metro». E dove c’è folla, c’è il timore che si concentri l’attenzione della rete del terrore, che in recenti proclami ha più volte minacciato il nostro Paese. La metropolitana capitolina è a prova di terrorista? Un tour notturno a caccia di falle aiuta a rispondere alla domanda. Rassicurando in parte sulle nuove misure di sicurezza della rete di trasporto sotterranea. Ma confermando l’esistenza di vistose falle, punti nei quali accedere alle stazioni o ai binari, dopo l’orario di chiusura, è un gioco da (cattivi) ragazzi, fin troppo facile. Così, di fronte all’impossibilità di blindare l’intera rete dagli accessi esterni, c’è solo da sperare che gli occhi elettronici e i sistemi di prevenzione tecnologica possano sopperire alla fatale vulnerabilità di percorsi, reti di recinzione, accessi di servizio. E non consola sapere che le 750 telecamere installate sotto la superficie della Capitale sono tutte nelle stazioni. Le gallerie sono del tutto sguarnite.
Un primo passo verso una subway più sicura è stato il cambio della «serratura unica» ai cancelli delle varie stazioni con una chiusura di sicurezza a cilindro europeo. Incredibile ma vero, fino a pochi giorni fa tutte le 49 fermate della metropolitana erano accessibili a chiunque fosse in possesso di una delle centinaia di copie dell’unica chiave per i cancelli. Un passepartout praticamente a disposizione di chiunque: dipendenti Met.Ro e Cotral, addetti alla manutenzione, fornitori, responsabili dei servizi di pulizia, gestori dei negozi di stazione. E, si mormora, finita in mano anche a qualche writers.
Quando la vicenda è finita sui giornali, finalmente qualcuno si è reso conto che considerare sicuro un sistema che si appoggiava a una sola chiave buona per tutte le porte equivaleva a considerare gli indimenticati cofanetti Sperlari una cassaforte. Di certo, le nuove serrature sono già «operative», ma questo non impedisce ai graffitari di continuare a decorare treni e gallerie. Entrano a decine, per esempio, nel tratto di superficie tra Garbatella e Piramide, dove in corrispondenza di un parcheggio la recinzione è alta poco più di mezzo metro.
A testimoniare l’irrisoria facilità di accesso, la sequenza di murales che colorano la parete dietro ai binari. Penetrano silenziosi dalle campagne che circondano l’officina-deposito di Osteria del Curato, sulla Tuscolana, evitando le torri faro e scivolando nel buio dei tunnel che portano verso il capolinea «Anagnina», e da lì si spostano per tutta la rete camminando lungo le gallerie deserte. Qui, qualche giorno fa, hanno imbrattato persino un vigilantes che li aveva sorpresi all’opera, «graffitandolo» per guadagnare il tempo necessario a darsela a gambe. «Entrano scavalcando i cancelli sulla linea B, ma anche dalle botole nascoste nei dintorni di Ottaviano e Anagnina sulla A. Cambiamo le serrature, aumentiamo i controlli. Ma ogni mattina li ritroviamo sempre lì, bombolette in mano, a disegnare vagoni e pareti», spiegano dal sindacato Sult della metropolitana, quasi suggerendo di assumere qualche graffitaro come supervisore della sicurezza sotterranea.
I punti deboli abbondano. Oltre alle già citate Garbatella, Ottaviano e Anagnina, è a rischio il ponte Nenni, protetto solo da pannelli antisfondamento, ma a cielo aperto: chiunque potrebbe lanciare uno zaino o altro sui binari. E poi a fine servizio, quando i treni tornano al deposito, nessuno li controlla. Il perché lo spiega un avvilito e anonimo macchinista: «Troppo pericoloso, se becco un balordo che è rimasto in un vagone che faccio, lo caccio a mani nude?».
(hanno collaborato Alessia Marani e Daniele Petraroli)