Retorica antifascista, Pansa in ritardo di 50 anni

Caro dottor Granzotto, ho terminato di leggere l’ultimo libro di Giampaolo Pansa «La grande bugia». Nel trovarlo tutto sommato un libro modesto, non capisco e non condivido tutta la pubblicità mediatica che sta ottenendo in questi giorni. In realtà non dice nulla di nuovo e soprattutto «rivela» fatti o misfatti che sin dai primi anni Sessanta furono, con ben altra tempra e coraggio, portati alla luce da Giorgio Pisanò con «La generazione che non si è arresa» e «Sangue chiama sangue». Pansa ha impiegato più di cinquant’anni per riprendere, più o meno, quello che fu scritto da un «fascistaccio».


Nel suo ultimo libro Pansa giustamente rileva come tutti i protagonisti della guerra di Liberazione estranei alla cultura di matrice comunista siano stati, chi più chi meno, cancellati dalla storia e dalla memoria nazionale. Tutto vero, tutto condivisibile. Una sola cosa non mi è chiara: perché oggi che queste cose le dice, giustamente, il giornalista di sinistra Pansa esse vengono riportate in bella evidenza mentre quando queste stesse cose, e non da ieri, le dicevano, tra gli altri, Edgardo Sogno, Enrico Martini Mauri, Alfredo Pizzoni e, nel nostro piccolo, noi del Comitato per le Libertà Edgardo Sogno, nessuno ci stava a sentire e i nostri appelli a favore della verità storica cadevano nel vuoto del più fragoroso dei silenzi?
Edoardo Pezzoni Mauri

Portavoce del Comitato Edgardo Sogno
Torino
Quello di Giampaolo Pansa è un intoppo, un macigno finito negli ingranaggi dello sperimentato meccanismo posto a difesa della vulgata antifascista. A crearlo, l’intoppo, ci si è messo il Principio della Monaca di Monza (il cui comportamento poco virtuoso desta inevitabilmente maggior scandalo che non quello d’una ballerina di tabarin).
Ci si è messa la stizzosa tracotanza dell’areopago accademico. Ci si è messa la mal riposta fiducia nella efficacia - in verità fino ad allora a prova di bomba - dello strumento dell’egemonia (con aggressione rapida e distruttiva annientare l’avversario, zittirlo senza scomodare gli argomenti ma inaridendo e squalificando la fonte).
Ci si è messo, infine, il pantoron cronos, «il tempo che tutto vede» e, per continuare a dirla con Sofocle, «ti scopre contro il tuo volere». Pansa non è il solito lazzarone «fascistaccio» o golpista, non è Pisanò o Sogno dei quali non mette conto occuparsi, ma un progressista, una penna illustre dell’Espresso, la bibbia dell’impegno antifascista colto, «di denuncia». Insomma, tutto meno che una ballerina di tabarin.
Per tornare alla metafora, Pansa, ecco lo scandalo, era la Monaca di Monza che presi i voti avrebbe dovuto sentirsi in obbligo di mendacio pur di far salva la causa («Tra la verità e la rivoluzione, scelgo la rivoluzione», proclamò orgogliosamente Giancarlo Pajetta in Parlamento). Invece, rivelando le «grandi bugie» aveva commesso una azione scandalosa e disonesta. Peggio ancora, aveva tradito e ciò fece perdere la trebisonda alle vestali della vulgata le quali presero a menar legnate. Una attività nella quale si distinsero per isterico zelo gli «Esorcisti», il «Signor Ghigliottina» o l’altro, il «Signor Basta!» (non rivelo i loro nomi e cognomi per non togliere ai lettori il piacere di apprenderli leggendo, se già non è stato fatto, La grande bugia. Libro che nella denuncia della cialtronaggine, della imbecille supponenza, della ottusa difesa di casta da parte della combriccola degli storici di pensiero pajettiano tocca il suo vertice).
Furono dunque loro loro, le vestali della vulgata, a creare il caso. Ciò costrinse anche gli organi di informazione più allineati e devoti alla causa a riferirne e si innescò una reazione a catena che finì per dare enorme risonanza al Pansa storico o cronista di fatti storici.
Il resto, ovvero lo straordinario successo dei suoi libri, lo hanno fatto il talento e l’indipendenza di pensiero dell’autore da un lato, dall’altro l’aspirazione a conoscere la verità, tutta la verità, su una guerra civile che da mezzo secolo viene stemperata nel calderone della retorica antifascista fino a renderla irriconoscibile, di più: inesistente. Sarà giunto in ritardo di cinquant’anni, Pansa (e di ciò ne dà atto, bastino i capitoli «Il maledetto Pisanò», «Contro-storia» e «I faziosi e gli inerti»), ma è giunto. Non è questo che conta?
Paolo Granzotto