Retribuzioni alte ma solo se arrivano i risultati "veri"

Per ragioni evidenti, l'esistenza stessa di imprese pubbliche è all'origine di problemi di natura morale. Il motivo sta nel fatto che chi guida tali aziende non è chi ha versato il capitale e neppure un suo diretto delegato. Il proprietario di un'impresa privata non ha interesse, ad esempio, a gonfiare le parcelle di consulenti e a strapagare i fornitori, ma questo può succedere nel settore pubblico.
La questione degli stipendi a moltissimi zeri incassati dai manager di Stato può essere compresa solo in questa prospettiva: e quindi la migliore soluzione consisterebbe nel procedere a un vasto programma di privatizzazioni. Ma se non si vuole percorrere questa strada ha ben poco senso impiegare toni scandalizzati contro chi guadagna montagne di euro dirigendo le Poste o anche una società quotata come l'Eni.
Sicuramente in qualche caso si è ecceduto - rispetto ai parametri del privato - nel concedere suntuosi emolumenti a taluni boiardi pubblici, ma è pur vero che alla testa di gruppi industriali con migliaia di dipendenti si possano chiamare amministratori validi solo se si offre loro qualcosa di analogo a quanto guadagnano i loro pari grado delle imprese private. Lo statuto del tutto peculiare delle società possedute dallo Stato deve però condurre a definire regole precise.
In primo luogo, più che focalizzarsi sull'entità della remunerazione, ogni contratto con questi supermanager dovrebbe definire obiettivi ben precisi: ed è chiaro che il primo obiettivo dovrebbe essere quello di gestire la transizione di tali imprese - spesso autentici colossi monopolisti - verso la loro privatizzazione.
Ogni contratto di questo genere dovrebbe inoltre prevedere una durata ragionevolmente lunga, in modo tale che venga meno quella pratica disdicevole che vede molti manager di Stato passare con disinvoltura da una società all'altra, anche al fine di non essere chiamati a rispondere sul proprio operato. Chi un giorno farà la storia del disastro di Alitalia o delle Ferrovie di Stato dovrà sottolineare come questo «mordi e fuggi» sia stato funzionale a evitare ogni responsabilità diretta. Un amministratore che lascia un'impresa privata per una pubblica non può certo essere penalizzato, ma al tempo stesso è bene che debba rispondere di ciò che fa. E il modo migliore consiste nel far sì che la sua carriera futura sia condizionata dai risultati dell'azienda affidatagli.
In tale logica, bisogna dunque che le stesse remunerazioni siano correlate al successo conseguito. In molti casi (trattandosi di monopoli: si pensi alle Poste) i profitti di fine anno non sono affatto un indicatore di efficienza. Almeno una parte delle società pubbliche si trova però in contesti più aperti e competitivi: qui è importante che si diano super stipendi solo ad autentici supermanager, e cioè a chi sa usare con efficacia i capitali pubblici.
Non quindi alcun senso immaginare remunerazioni «normali» per chi svolge funzioni che normali non sono. Ma si deve saper tenere nella debita considerazione la differenza tra il «pubblico» e il «privato», con la costante precauzione di evitare - anche in questo caso - che il contribuente si trovi, come succede troppo spesso, nella posizione di chi paga tanto per non ricevere quasi nulla.