Il retrogusto da commedia del «Vino Aglianico» non ne guasta il bouquet

Nel romanzo più divertente dell’estate (Gaetano Cappelli, Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo, Marsilio, pagg. 189, 15 euro) solo il piatto freddo per eccellenza riesce a strappare alla sua entropia di vitellone agé il potentino Riccardo Fusco, ricercatore universitario senza ambizioni. La vendetta, dunque. Del resto chi rinuncerebbe a vendicarsi di una moglie che rincasa ad orari impossibili, disseminando biancheria intima senza poi curarsi di spegnere il fuoco appiccato nel petto del frustrato consorte? Una moglie infedele, pronta a trasformarti in balia asciutta e ad accollarti quattro figlie - quattro - perché travolta dalla passione per il teatro, al punto da farsi autrice e regista di uno spettacolo en plein air spudoratamente ruffiano, «Storia d’amore e di briganti», «romantica lettura in chiave antisavoiarda dell’epopea del brigantaggio».
La brama di vendetta, tuttavia, avrebbe il fiato corto se Riccardo non stringesse una sorta di silente patto con il diavolo nell’attimo in cui bussa alla porta di un amico di gioventù pittore, Giàcenere, che crede in ambasce e magari con un piede nella tomba. Malauguratamente, il progetto di trascorrere un pomeriggio piangendosi addosso fallisce: l’artista in questione, un anacronistico hippie, è appena rinato dalle ceneri. Dietro l’angolo lo attende una mostra al Moma; in fondo alle scale, invece, occhieggia una coppia di compiacenti australiane. Artefice dello strabiliante risorgimento è un compagno d’infanzia dal nome imbarazzante, Graziantonio, da classico imbranato trasformatosi nel dodicesimo uomo più ricco d’Italia. Graziantonio ha centinaia di milioni di euro ed un problema: ha imparato sulla sua pelle che il successo sociale e il successo mondano non sono la stessa cosa. Infatti, si può avere un conto in banca di innumerevoli zeri e allo stesso tempo essere considerato «out» negli ambienti più scintillanti. Lui, per esempio, è evitato come la peste dalla sera in cui un conte che produce supertuscans, e che è esattamente il suo contrario (fascino mondano irraggiungibile - patrimonio vacillante) lo ha pubblicamente sbeffeggiato dandogli del parvenu. L’unica maniera che ha Graziantonio di vendicarsi (e siamo alla seconda vendetta del romanzo) è di produrre un Aglianico, «vitigno millenario e un po’ misterioso» detto anche «il Barolo del Sud», che sfidi il Chianti (o il Brunello, o il Sassicaia: l’autore glissa) del conte e lo batta, conquistando la sommelieuse più autorevole d’America. La quale, putacaso, è una vecchia fiamma di Riccardo.
Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo tende una mano alla commedia (ricordate le sequenze oniriche di Divorzio all’italiana?) e ridendo lascia che il genere si prenda tutto il braccio, fino a cadere qua e là in un bozzettismo innocuo, perché il gioco è a carte scoperte; ma a tratti, negli interstizi della trama, spira una brezza lontana che sembra provenire da certi magnifici notturni di Brancati. Un Lamento di Portnoy, un contesto di lingua cum dialectis («Ovverossie? Cioghè? Dungue?»), come è stato scritto non senza ragione? Certamente; ma quando nelle ultime pagine Cappelli promuove il lettore a «pettegola divinità», e con elegante, gogoliano passo indietro salta le scene del colpo di grancassa per sposare un finale in tono minore, rifiutandosi di riscuotere gli interessi del capitale narrativo accumulato con la spregiudicatezza dei romanzieri «muscolari»: ebbene, non sta dicendoci che non si è tuffato fino al collo nell’indulgente mainstream romanzo contemporaneo? Che la sua anima, su un piano anagogico, è salva come quella di Riccardo? Il quale lascerà la moglie senza per questo guadagnare un altro paradiso. Chiamatelo pure snobismo, o sprezzatura; ma è bello constatare che la porta della prigione era sempre stata aperta.