La retromarcia porta Prodi in un vicolo cieco

Paolo Armaroli

Il novello Tartarin di Tarascona è stato costretto a calare le penne. Romano Prodi aveva fatto il gradasso. Invitato dall’opposizione a riferire in Parlamento sul pasticciaccio brutto della Telecom, il presidente del Consiglio aveva fatto spallucce. Peggio, si era domandato se i rappresentanti del popolo non fossero ammattiti. Ma poi ha dovuto fare una repentina marcia indietro perché si è trovato di fronte una Casa delle libertà dalla faccia feroce, mentre alle sue spalle la maggioranza si è squagliata.
Né i Ds né la Margherita hanno fatto quadrato attorno al presidente del Consiglio. Un po’ per motivi istituzionali, perché non si è mai dato il caso di un governo che si rifiuti di chiarire in Parlamento il proprio operato. Ma soprattutto per ragioni politiche, perché i due maggiori partiti della coalizione ministeriale a quanto pare sono stati tenuti all’oscuro di quel che bolliva in pentola. E si sono sentiti raggirati da chi, zitto zitto piano piano, pretendeva di suggerire una politica industriale di stampo dirigistico. Già, ma chi è stato questo «chi»? In apparenza Angelo Rovati, il consigliere economico di Prodi. Che, prese carta intestata e penna, ha inviato a Tronchetti Provera un vero e proprio piano di riassetto della Telecom. Ma in realtà, dati gli antichi vincoli di interessi e amicizia tra Rovati e Prodi, è scarsamente credibile che quest'ultimo non ne sapesse nulla di nulla. Così, nel giro di una manciata di ore, Prodi ha detto e disdetto. Prima ha difeso a spada tratta il suo consigliere economico, e poi ha dovuto sacrificarlo perché i suoi alleati gli hanno fatto capire che altrimenti sarebbe andato incontro a guai maggiori. Prima sperava che il governo potesse stare alla larga dalle Camere, e alla fine ha dovuto capitolare. Costretto all’ennesima retromarcia, ha fatto sapere prima che era pronto a presentarsi all’uno o all’altro ramo del Parlamento il prossimo 28 settembre, con l’incredibile scusa (ma quando mai?) che «il premier non va mai nei due rami del Parlamento».
Ma quando l’assemblea di Palazzo Madama ha approvato la proposta di modifica del calendario dei lavori, presentata dal capogruppo di Forza Italia Renato Schifani, Prodi è stato costretto: andrà alla Camera il 28 settembre e al Senato qualche giorno dopo. La maggioranza, più preoccupata che mai, pensa di cavarsela con un dibattito all’acqua di rose. Ma l’opposizione ha già messo le mani avanti e non farà sconti. Come ha rilevato il senatore D’Onofrio, il vero problema non è il rapporto tra Prodi e il suo consigliere economico, ma il rapporto tra il presidente del Consiglio e la sua maggioranza. Quest’ultima, sollecitando Prodi a presentarsi in Parlamento, ha inferto un duro colpo a un premier che aveva la bella pretesa di gestire in solitudine la politica industriale. Oggi Prodi è sempre più solo. E sarà sbalzato di sella non appena la maggioranza avrà assicurazioni che non si tornerà immediatamente alle urne.
Secondo il vecchio Marx, la storia si manifesta una prima volta in tragedia e una seconda in farsa. Dopo la «tragedia» dell’ottobre 1998, quando per un voto Prodi fece fagotto, di qui a poco - vedrete - avremo la farsa.
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